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Monte Massone in e-bike: fino in vetta con la Mondraker Zenith

Salire al Monte Massone in e-bike partendo da Ornavasso significa affrontare uno degli itinerari MTB più spettacolari e impegnativi della zona tra Ossola, Cusio e Verbano. Il percorso segue in diversi tratti la Linea Cadorna, passa dal Forte di Bara e sale fino al rifugio di Cortevecchio, a circa 1.700 metri, prima di affrontare la parte più alpinistica verso la bocchetta e la vetta del Monte Massone. Da qui in avanti il portage diventa parte integrante dell’esperienza: un vero giro di cicloalpinismo che abbiamo affrontato con la Mondraker Zenith e il sistema Avinox, prima di goderci la spettacolare discesa dalla cima.

Questo lo metterei molto in alto nell’articolo, perché dà subito a Google luogo, attività, punti d’interesse e natura dell’itinerario.


Ci sono montagne che sembrano fatte apposta per essere percorse in bici e altre che, invece, ti fanno capire fin da subito che dovrai conquistarti ogni metro. Il Monte Massone appartiene decisamente alla seconda categoria.

Da Ornavasso lo vedi lassù, imponente sopra la valle, e già questo basterebbe per chiedersi se abbia davvero senso pensare di arrivare fino in cima con una mountain bike. Ma sono proprio questi i giri che mi incuriosiscono di più, quelli nei quali sai già in partenza che non sarà tutto pedalabile e che, prima o poi, la bici finirà sulle spalle.

La giornata parte da Ornavasso e quasi subito si incrocia uno degli elementi che accompagneranno buona parte del nostro giro: la Linea Cadorna. Si passa dal Forte di Bara e si comincia a salire seguendo strade e opere militari che oggi sono state in gran parte riassorbite dal bosco. È sempre particolare pedalare in posti del genere, perché inevitabilmente viene da pensare al motivo per cui queste strade furono costruite e alle persone che le percorrevano più di un secolo fa. Oggi al posto dei soldati ci sono escursionisti e mountain bike e, fortunatamente, i rumori sono quelli delle gomme sul terreno e del nostro fiato che, con il passare dei chilometri, comincia a farsi sentire.

Perché la salita verso Cortevecchio è lunga e soprattutto muscolare. Non ci sono molti momenti nei quali rilassarsi davvero e bisogna trovare un ritmo che permetta di continuare a guadagnare quota senza spendere tutto troppo presto.

Per questo giro avevo con me la Mondraker che stavo provando e di cui trovate il test QUI, equipaggiata con il sistema Avinox. Su un itinerario del genere la spinta del motore permette sicuramente di gestire meglio una salita così impegnativa, ma soprattutto apre possibilità interessanti quando il terreno diventa tecnico.

Ci sono infatti diversi punti nei quali la salita smette di essere soltanto una questione di gambe e diventa quasi trialistica. Gradini, pietre, cambi di pendenza e passaggi nei quali bisogna scegliere bene la linea. È proprio qui che mi sono divertito di più a sfruttare la potenza dell’Avinox. Passaggi che normalmente avrebbero significato scendere e spingere la bici diventano una sfida: guardi dove vuoi passare, cerchi di mantenere trazione, sposti il peso e provi.

Non sempre va bene, naturalmente, ma quando riesci a superare un tratto che pochi secondi prima sembrava impossibile la soddisfazione è tanta. Ed è anche un bel modo per rendersi conto di quanto siano cambiate le possibilità offerte dalle e-bike più recenti. Il motore non fa sparire la difficoltà tecnica, anzi: avere tanta spinta significa anche dover imparare a gestirla. Però ti permette di provare linee e passaggi che altrimenti probabilmente non prenderesti nemmeno in considerazione.

Cortevecchio, una casa a 1.700 metri

Dopo una salita del genere arrivare a Cortevecchio è già una piccola conquista. Siamo intorno ai 1.700 metri e qui troviamo il rifugio, un posto che inizialmente avevo considerato semplicemente come una tappa del nostro giro e che invece è diventato uno dei ricordi più interessanti della giornata.

Un rifugio, alla fine, lo possiamo vedere in due modi completamente diversi. Per noi che arriviamo in bici è un posto dove fermarsi, mangiare qualcosa, bere e recuperare un po’ di energie prima di ripartire. Per chi lo gestisce, invece, è una casa e soprattutto una scelta di vita.

Ed è parlando con chi vive Cortevecchio ogni giorno che questa differenza diventa evidente.

Gestire un rifugio a 1.700 metri, raggiungibile attraverso una strada sterrata, significa inevitabilmente imparare ad adattarsi. Alla montagna, alle stagioni, al meteo, alle persone che arrivano e soprattutto ai periodi nei quali, invece, non arriva praticamente nessuno. Ci sono momenti dell’anno in cui quassù rimangono il silenzio della montagna e la compagnia dei propri pensieri.

Detta così, dalla comodità della valle, potrebbe sembrare una scelta difficile da comprendere. E probabilmente lo è davvero, almeno finché non passi un po’ di tempo in un posto come questo.

Cortevecchio ha qualcosa di diverso dal classico rifugio nel quale entri, consumi e riparti. Viene gestito con lo spirito di una casa e l’accoglienza riflette proprio questo modo di vivere il posto. Non hai la sensazione di essere semplicemente un cliente di passaggio, ma quasi un ospite.

Restando lì, parlando e guardandosi attorno, inizi anche a capire come una scelta di vita del genere possa modificare completamente la scala delle priorità. Bisogna sicuramente rinunciare a qualcosa, bisogna adattarsi e imparare a convivere con difficoltà che a valle semplicemente non esistono. Ma in cambio ci sono silenzio, spazio, tempo e un rapporto con la montagna che per noi, abituati a passarci soltanto qualche ora, è difficile comprendere fino in fondo.

Forse bisogna viverci per capirlo davvero. Ma la sensazione è che, se riesci a trovare il tuo equilibrio quassù, il modo di vedere le cose cambi. E insieme a quello cambia anche il concetto stesso di qualità della vita.

Noi, però, quella montagna dobbiamo ancora finirla di salire.

Da Cortevecchio, la montagna cambia faccia

Lasciato il rifugio, si riparte in direzione del Massone e ancora una volta ritroviamo le tracce della Linea Cadorna. È interessante come questo filo storico accompagni praticamente tutta la giornata, dalla partenza a Ornavasso fino alle quote più alte, ma da Cortevecchio in avanti cambia soprattutto il rapporto con la bici.

La salita pedalata lascia progressivamente spazio a un terreno più difficile. Si continua a sfruttare tutto quello che si riesce a pedalare, e con la spinta dell’Avinox alcuni passaggi diventano ancora una volta un bel terreno di sfida, ma avvicinandosi alla bocchetta iniziano anche i tratti nei quali non c’è motore che tenga.

Bisogna scendere.

Prima si spinge, poi in alcuni punti la bici va proprio caricata sulle spalle.

Ed è qui che l’e-bike presenta inevitabilmente il conto. Durante la salita la potenza del motore ti ha permesso di superare pendenze e ostacoli notevoli, ma quando devi sollevare la bici tutta quella tecnologia torna improvvisamente a essere peso. Portare una e-bike su questi tratti non è esattamente una passeggiata e devo ammettere che, mentre salivo con la Mondraker sulle spalle, più di una volta mi sono chiesto quanto fosse sensata l’idea di volerla portare fino in vetta.

La risposta, però, iniziava ad arrivare semplicemente guardandomi intorno.

Guadagnando quota il bosco si apre e il Massone comincia a mostrare la vera ragione per cui vale la pena fare tutta questa fatica. La sua posizione è incredibile: è una montagna che fa da spartiacque fra il Cusio e l’Ossola e, salendo, il panorama continua ad allargarsi fino ad abbracciare anche tutto il Verbano.

È uno di quei panorami che cambiano continuamente mentre sali. Basta guadagnare qualche decina di metri, girarsi e quello che vedevi poco prima sembra già diverso. A un certo punto smetti anche di trovare fastidiose le soste obbligate dal portage, perché diventano la scusa perfetta per appoggiare la bici, riprendere fiato e guardarsi attorno.

Fino in cima, bici compresa

Arrivati a un certo punto avrei tranquillamente potuto lasciare la bici e proseguire a piedi. Sarebbe stata probabilmente la scelta più razionale, ma dopo averla portata fin lì avevo deciso che la Mondraker sarebbe arrivata con me sulla cima del Massone.

Quindi si continua.

Dove si riesce si spinge, dove non si riesce si porta e nei pochi punti in cui il terreno lo concede si torna anche a pedalare. Sono quei momenti nei quali la vetta sembra vicinissima ma continua a richiedere tempo, perché in montagna le distanze viste dal basso ingannano quasi sempre.

Poi finalmente ci arrivi.

E quando sei sulla cima del Massone, con la bici accanto, la prima cosa che fai è guardarti intorno e capire che sì, alla fine ne valeva la pena.

Da quassù il panorama è davvero difficile da raccontare senza cadere nei soliti aggettivi. Hai l’Ossola da una parte, il Cusio dall’altra e il Verbano che si apre davanti agli occhi. Le montagne si sovrappongono una dietro l’altra e i paesi che normalmente rappresentano i nostri punti di riferimento diventano piccoli, lontani.

È probabilmente questa la caratteristica che mi è rimasta più impressa del Massone: la sensazione di trovarsi davvero nel mezzo di territori diversi, su una montagna che li separa ma allo stesso tempo permette di vederli tutti insieme.

E dopo aver passato parecchio tempo a guardare la bici come un peso da portare verso la cima, arriva finalmente il momento in cui torna a essere il motivo per cui l’abbiamo trascinata fin lassù.

Dal Massone alla bocchetta, finalmente si scende

La discesa dal Massone verso la bocchetta è uno spettacolo e probabilmente è anche il momento in cui tutta la fatica fatta fino a quel punto acquista definitivamente senso.

Dopo ore passate a salire, spingere e portare, tornare a sentire la bici muoversi sotto di me è quasi liberatorio. Il terreno è tecnico e richiede attenzione, ma permette finalmente di guidare davvero e, soprattutto, lo si fa dentro un panorama che continua a essere enorme.

È una di quelle discese nelle quali fai fatica a decidere se guardare il sentiero o quello che hai intorno. Naturalmente conviene guardare il sentiero, perché qui distrarsi non è esattamente consigliabile, ma ogni volta che il terreno concede un attimo viene spontaneo alzare gli occhi.

E credo che la bellezza di questa discesa dipenda anche da tutto quello che è successo prima. Se fossimo arrivati lassù comodamente con un impianto di risalita, probabilmente sarebbe stata comunque una bellissima discesa. Ma dopo aver guadagnato ogni metro, dopo il portage e dopo aver trascinato una e-bike fino alla vetta, assume un sapore completamente diverso.

Te la sei guadagnata.

Più di un giro in mountain bike

Alla fine una giornata sul Monte Massone potrebbe essere raccontata semplicemente attraverso i numeri: chilometri, dislivello, pendenze, percentuale pedalabile e tratti di portage. E sono numeri importanti, soprattutto perché questo non è un itinerario da affrontare pensando di fare una normale uscita in e-bike. Serve preparazione, bisogna essere abituati a muoversi in montagna e soprattutto bisogna mettere in conto che, da Cortevecchio in avanti, la bici in diversi punti andrà portata.

Ma quando torno da giornate come questa i numeri sono quasi sempre l’ultima cosa a cui penso.

Del Massone mi rimangono la partenza da Ornavasso e il passaggio lungo la Linea Cadorna, il Forte di Bara che compare nel bosco, la salita muscolare verso Cortevecchio e le piccole sfide sui passaggi tecnici affrontati sfruttando la spinta dell’Avinox. Mi rimane la fatica del portage e quella domanda, inevitabile mentre hai una e-bike sulle spalle, su chi te l’abbia fatto fare.

Ma soprattutto mi rimangono Cortevecchio, le persone che hanno deciso di farne una casa e una scelta di vita, e quel panorama che dalla cima riesce ad abbracciare Cusio, Ossola e Verbano.

È questo che mi piace di certi giri. La bici rimane il filo che tiene insieme tutta la giornata, ma alla fine non è necessariamente la cosa più importante che ti porti a casa.

Ti permette di entrare in un territorio, di attraversarne la storia, di incontrare persone che hanno fatto scelte diverse dalle tue e di raggiungere posti nei quali probabilmente, senza di lei, quel giorno non saresti andato.

Poi certo, qualche volta devi anche caricartela sulle spalle.

Ma quando dalla cima del Massone inizi finalmente a scendere verso la bocchetta, con davanti quel panorama e sotto le ruote un sentiero che aspettavi da ore, il peso della salita lo hai già dimenticato.

E forse è proprio per questo che, alla fine, continuiamo a portare le bici in posti dove qualcuno potrebbe tranquillamente chiederci: ma chi ve lo fa fare?



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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