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Il Diario di Edo | Una storia su Instagram, Noemi e 14 giorni di MTB verso casa

Dopo sei mesi in Portogallo, il viaggio di ritorno verso l’Italia si trasforma in un’avventura MTB attraverso Portogallo, Spagna e Francia. Al suo fianco c’è Noemi, conosciuta grazie a una storia su Instagram. Quattordici giorni alla ricerca di spot freeride, bike park e linee improbabili, fino al ritorno a Livigno e alla riscoperta di cosa significhi sentirsi davvero a casa.

Screenshot

Dopo sei mesi trascorsi in Portogallo era arrivato il momento di tornare a casa. Avrei potuto caricare tutto in macchina, impostare il navigatore e puntare direttamente verso l’Italia, ma dopo così tanto tempo lontano non avevo nessuna voglia di trasformare il ritorno in un semplice trasferimento. Volevo che anche la strada verso casa diventasse parte del viaggio.

L’idea era abbastanza semplice: attraversare Portogallo, Spagna e Francia con la bici al seguito, fermandomi ogni volta che avessi trovato uno spot interessante. Freeride, street, dirt jump, bike park o semplicemente qualcosa che, guardandolo dal finestrino, mi facesse venire voglia di tirare fuori la bici.

C’era soltanto un problema: avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a filmare.

A volte sottovalutiamo quello che può succedere pubblicando una semplice storia su Instagram. Io ne ho messa una chiedendo: “Qualcuno vuole venire con me dal Portogallo all’Italia, alla ricerca di spot freeride, e aiutarmi a filmare?”

Mi ha risposto Noemi.

Ci siamo scambiati qualche messaggio, ci siamo fatti poche domande e, nel giro di poco, avevamo deciso. Ci siamo incontrati all’aeroporto di Lisbona praticamente da sconosciuti e da lì abbiamo iniziato un viaggio di migliaia di chilometri insieme. Io le avrei fatto conoscere il mio mondo e lei mi avrebbe aiutato a raccontarlo.

La prima tappa è stata Ericeira, il posto che nei sei mesi precedenti avevo chiamato casa. Prima di partire definitivamente volevo salutare le persone conosciute lì, persone che con il tempo erano diventate molto più che semplici amici. Poi abbiamo caricato tutto e siamo partiti davvero.

Avevamo quattordici giorni, una macchina, una bicicletta e nessun programma troppo preciso. L’obiettivo era cercare lungo la strada gli spot più interessanti possibili.

Tra falesie, paura e voglia di provare

Il viaggio è iniziato subito nel modo giusto. Il primo giorno mi sono ritrovato davanti a una scogliera alta circa trenta metri, a picco sul mare. Era uno di quei posti in cui, quando arrivi sopra con la bici, per qualche secondo inizi a mettere tutto in discussione.

Ho guardato giù, poi la bici, poi Noemi.

E sono partito.

Quando affronti qualcosa del genere la paura c’è, ed è giusto che ci sia. Il cuore batte fortissimo e sei perfettamente consapevole che un errore può avere conseguenze serie. Allo stesso tempo, però, quando decido di partire devo avere sicurezza in quello che sto facendo. Devo fidarmi delle mie capacità, della bici e della linea che ho scelto.

È una sensazione difficile da spiegare: paura e sicurezza convivono nello stesso momento. Ed è probabilmente proprio questo contrasto che continuo a cercare nell’adrenalina.

Sono arrivato in fondo e Noemi aveva portato a casa lo shot. Il video ha poi raggiunto circa 20.000 visualizzazioni, un bel modo di cominciare il viaggio, anche se quello che ricordo maggiormente non sono certo i numeri. È la sensazione di essere lassù e sapere che, nonostante la paura, quello è esattamente il posto in cui vuoi essere.

Qualche giorno più tardi, quasi arrivati in Algarve, abbiamo trovato un altro posto che sembrava perfetto. Falesie, oceano e una linea naturale che avevo subito voglia di provare. Mi ero già preparato quando abbiamo sentito delle sirene.

Era la polizia.

Abbiamo scoperto che ci trovavamo in una zona protetta e che non era consentito andare in bicicletta. Non lo sapevo e, fortunatamente, tutto si è concluso con un avvertimento e con la richiesta di non pubblicare immagini sui social.

Ho rispettato la richiesta e quello spot non è mai finito online.

Con il senno di poi, sono quasi contento che sia successo. Quando lavori con i social rischi di abituarti all’idea che ogni esperienza debba necessariamente diventare un contenuto. In realtà non è così. Alcuni momenti possono semplicemente essere vissuti e rimanere lì.

Cercare linee dove apparentemente non ce ne sono

Nei giorni successivi abbiamo sviluppato una tecnica di scouting molto artigianale: Google Maps, immagini satellitari e tanta curiosità. Guardavamo il territorio cercando forme interessanti, poi provavamo ad avvicinarci per capire se quello che avevamo visto sullo schermo potesse realmente essere percorso in bici.

In Algarve non è stato semplice. Gran parte della costa è protetta e molte delle falesie che sembravano perfette dall’alto erano, una volta raggiunte, praticamente verticali sul mare. Mi aspettavo di trovare molti più spot utilizzabili, così abbiamo continuato a muoverci verso la Spagna.

Ed è proprio guidando che, dall’altra parte della strada, ho visto un terreno completamente diverso: calanchi, terra e rocce. Uno di quei posti che ti fanno immediatamente rallentare la macchina.

Per raggiungerlo dovevamo attraversare un campo in cui c’erano alcuni cani enormi. Fortunatamente erano legati, anche se Noemi non sembrava particolarmente rassicurata dalla cosa. Abbiamo preso la bici, attraversato il campo e raggiunto la parte alta.

Lei ha preparato la camera, io ho individuato la linea e sono partito.

Shot fatto.

Sono momenti apparentemente piccoli, ma sono proprio quelli che danno senso a un viaggio del genere. Non sai cosa troverai dietro la curva successiva e, qualche volta, un posto visto per pochi secondi dal finestrino diventa uno dei ricordi della giornata.

Malaga, finalmente nel mio elemento

Arrivati verso Malaga ho cominciato finalmente a ritrovare qualcosa di più vicino al riding a cui sono abituato. Abbiamo trovato dei salti per la dirt jump e anche un bike park dove abbiamo girato per qualche ora.

Il problema era il caldo. Girare in bici a Malaga ad agosto è stata una scelta discutibile e, se posso dare un consiglio, probabilmente sceglierei un altro periodo dell’anno.

Proprio lì, però, mi sono trovato davanti a una delle linee che ricordo meglio: una diga alta più di cento metri con una discesa ripidissima.

Più della pendenza in sé, a preoccuparmi era la compressione nella parte finale. Dall’alto non riuscivo a capire quanto sarebbe stata violenta e, una volta salito fino in cima con la bici, era impossibile avere una risposta senza provarci.

Alla fine ho fatto quello che faccio spesso in queste situazioni: ho smesso di pensarci troppo.

Una pedalata e giù.

La velocità è aumentata immediatamente e penso di aver sfiorato i 100 km/h. È durato pochissimo, ma la scarica di adrenalina è stata incredibile.

Continuando il viaggio abbiamo trovato anche un piccolo bike park gestito da alcuni ragazzi del posto. Non ricordo il nome e nemmeno con precisione dove si trovasse, ma ricordo benissimo loro.

Ci hanno accolti come se ci conoscessimo da sempre e ho passato un paio d’ore a girare insieme a loro.

Quell’incontro mi ha ricordato una cosa che avrei capito ancora meglio alla fine di questo viaggio: non sono necessariamente gli spot più grandi, i salti più spettacolari o le linee più rischiose a rimanerti dentro. Molto spesso sono le persone che trovi lungo la strada.

Barcellona, street e La Poma

La tappa successiva importante è stata Barcellona, dove ho cambiato completamente terreno. Ho preso la downhill e per qualche ora ho trasformato la città in un enorme playground: backflip al Forum, 360 davanti al porto e street in alcuni dei luoghi più riconoscibili della città.

Dopo giorni trascorsi a cercare linee naturali, ritrovarmi in un ambiente urbano è stato un cambio totale, ma è anche questo che mi piace della bici. Cambia il terreno, cambia il modo di interpretarlo, ma alla fine continui a guardarti intorno chiedendoti: “Qui cosa posso fare?”

Il giorno successivo sono passato anche da La Poma, uno dei luoghi simbolo della scena. In quel periodo il bike park era chiuso da mesi. Ho girato del materiale, ma alla fine ho deciso di non pubblicarlo perché non conoscevo abbastanza bene le dinamiche che avevano portato alla chiusura e non volevo raccontare una situazione senza avere tutti gli elementi.

Mi è rimasta soprattutto una sensazione: vedere fermo un posto che aveva significato così tanto per la MTB faceva un certo effetto.

Da Barcellona siamo poi entrati in Francia. Abbiamo continuato a esplorare, ci siamo fermati alle saline, ho tirato fuori la Insta360 per qualche ripresa e, per una volta, ho lasciato che fosse Noemi a scegliere la destinazione successiva.

Aveva trovato su Maps un piccolo centro completamente diverso dai luoghi attraversati fino a quel momento: case in pietra, stradine e campi di lavanda. Ci siamo fermati qualche ora, poi abbiamo deciso di puntare verso le montagne e, soprattutto, verso temperature un po’ più sopportabili.

Poco dopo è arrivato il momento di separarci.

Ho accompagnato Noemi a casa e il viaggio iniziato a Lisbona da due perfetti sconosciuti si è diviso in due direzioni. Lei è tornata alla sua vita, mentre io ho caricato nuovamente tutto e sono ripartito.

Direzione Livigno.

Ritrovare la mountain bike

Dopo sei mesi in Portogallo mi sono reso conto di quanto mi mancasse la mountain bike.

Avevo vissuto immerso nel mondo del surf, avevo conosciuto persone incredibili e fatto esperienze che non dimenticherò, ma sentivo comunque che mancava qualcosa. Mi mancavano il mio ambiente, le mie persone e quel modo di vivere che per me è legato alla bici.

Arrivare a Livigno è stato come tornare nel mio elemento.

Bike park, salti, velocità, amici. Finalmente mi sono sentito di nuovo a casa.

Proprio in quei giorni ho realizzato un video per 365 Mountain Bike e Mottolino con l’obiettivo di mostrare cosa c’è realmente dietro a un salto. Da fuori si vede un rider arrivare, staccare e volare per qualche secondo. Dietro, però, ci sono preparazione, tecnica, costruzione della linea e una quantità di dettagli che normalmente rimangono invisibili.

C’era anche l’evento del Mottolino, con best trick sull’airbag e pump track. Nel best trick sono riuscito a chiudere un double frontflip e un cash roll barspin, mentre nella pump track sono arrivato alla fine completamente senza energie.

Ma ho vinto.

E credo che quella giornata riassuma abbastanza bene il motivo per cui continuo ad amare questo sport. Puoi arrivare alla fine distrutto, con le gambe che non ne vogliono più sapere, e avere comunque un sorriso enorme stampato in faccia.

Il viaggio, alla fine, sono le persone

Tornare a Livigno mi ha permesso anche di ritrovare persone che hanno scelto una vita simile alla mia: ragazzi che vivono nei van, viaggiano, vanno in bici e cercano di costruirsi una strada diversa da quella più convenzionale.

Tra queste c’è Martina Lippolis, una delle persone che più mi ha supportato nel mio percorso, sia dal punto di vista sportivo sia personale.

Ed è stato proprio tornando nel mio ambiente che ho iniziato a capire meglio quello che mi avevano lasciato quei sei mesi lontano da casa.

Se penso al Portogallo, infatti, non penso soltanto al surf o alla bici. Penso soprattutto alle persone incontrate.

Penso ad Alessandro, partito dall’Italia in bicicletta praticamente senza soldi e capace di andare avanti chiedendo semplicemente aiuto e qualcosa da mangiare alle persone incontrate lungo il cammino. Conoscendolo ho capito quanto poco possa servire, a volte, per iniziare qualcosa e quanto possa essere potente avere semplicemente il coraggio di chiedere.

Penso a Miki di Sherland e al mondo che è riuscito a costruire con le proprie mani: bus trasformati in case, yurte, un bike park e un camp pensato per persone che amano biciclette, surf, adrenalina e uno stile di vita un po’ più selvaggio.

E penso a Nick Pescetto, che io chiamo “l’alchimista”, una di quelle persone capaci di farti mettere in discussione quello che stai facendo e, soprattutto, il motivo per cui lo stai facendo.

Sono incontri diversi, ma tutti mi hanno lasciato qualcosa.

In quei sei mesi ho imparato ad arrangiarmi, a stare da solo, a comunicare in lingue diverse e a capire che non serve necessariamente avere tutto sotto controllo prima di iniziare qualcosa.

Ho capito anche che le persone entrano nella nostra vita in momenti diversi. Alcune restano, altre continuano per la propria strada, ma quasi tutte possono insegnarci qualcosa.

Guardare la strada alle proprie spalle

Dopo circa una settimana a Livigno sono ripartito ancora una volta, questa volta in direzione Morzine.

Quando guido da solo mi capita spesso di pensare. Forse perché non c’è molto altro da fare, forse perché vedere i chilometri scorrere davanti al parabrezza mette le cose in una prospettiva diversa.

Durante quel tragitto ho ripensato al Portogallo, alle persone conosciute, a Noemi — una ragazza che poche settimane prima era una perfetta sconosciuta e che aveva deciso di partire per questa avventura — agli spot trovati per caso, alle paure, alle risate e alle notti passate nel van.

Ho ripensato anche a tutte le volte in cui, durante questi anni, mi sono chiesto: “Ma chi me lo ha fatto fare?”

Poi, per una volta, invece di concentrarmi soltanto sulla prossima destinazione, ho provato a guardare nella direzione opposta.

Ho pensato a chi ero qualche anno fa, a dove ero partito e a tutto quello che era successo nel mezzo.

Sto ancora inseguendo il mio sogno e non so esattamente dove mi porterà. Non so quanto tempo ci vorrà e, sinceramente, non so nemmeno se riuscirò ad arrivare esattamente dove immagino.

So però che voglio continuare a provarci.

Perché forse viaggiare non significa soltanto raggiungere una destinazione. A volte significa accorgersi che, chilometro dopo chilometro, stiamo diventando una persona diversa.

Guidando verso Morzine mi sono emozionato proprio per questo.

Per una volta non stavo pensando soltanto alla strada che avevo davanti.

Stavo guardando quella alle mie spalle.

E mi sono reso conto che, senza quasi accorgermene, avevo già percorso molta più strada di quanto pensassi.



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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