In mountain bike tra Guadarrama, Brunete, Valmayor, El Escorial e Sierra Oeste. Un territorio da esplorare e una passione che, per qualche chilometro, mette un padre e un figlio sulla stessa strada.
di Mingus Matera
La cosa bella è che non bisogna nemmeno prendere la macchina.
A Villanueva del Pardillo apri la porta di casa, sali in bicicletta e dopo poco l’asfalto è già finito. Comincia la terra. Una pista, un sentiero, qualche encina, i campi aperti e, quasi sempre da qualche parte davanti a te, il profilo della Sierra de Guadarrama.
Mio figlio questo territorio lo sta conoscendo così.
Pedalando.
Alcuni di questi giri li abbiamo fatti insieme, altri li ha fatti lui. Poi si torna a casa, si parla di dove si è passati, di una salita, di un sentiero particolarmente bello, di qualcosa visto lungo la strada. Un nome sulla mappa porta a cercare una storia, una vecchia costruzione diventa una domanda, un percorso ne suggerisce un altro.
Poco alla volta il territorio prende forma.
E mi piace pensare che la bicicletta serva soprattutto a questo: a rendere il mondo abbastanza grande da avere ancora qualcosa da scoprire e abbastanza vicino da poter partire dalla porta di casa.
In un anno i giri raccolti sono stati 59, per circa 1.920 chilometri e 32.000 metri di dislivello. Quasi tutti sono cominciati qui, a Villanueva del Pardillo. Ma se guardo la mappa, più dei numeri mi colpisce la quantità di mondi diversi che stanno dentro quei chilometri.
Basta scegliere una direzione.
Verso sud: la memoria della battaglia

Se si punta a sud si va verso Villafranca del Castillo e Brunete.
È un giro relativamente facile, una trentina di chilometri, e il paesaggio non sembra avere nulla di drammatico. Si pedala lungo il Guadarrama, tra campi e sterrati, con quella sensazione di libertà che hanno le strade bianche quando davanti non passa nessuno.
Poi compare il Castillo de Aulencia.
Sta su un’altura, alla confluenza dell’Aulencia con il Guadarrama. Lo guardi e viene naturale chiedersi cosa ci faccia lì.
E così scopri che stai pedalando dentro uno dei luoghi della battaglia di Brunete.
Nel luglio del 1937 qui si combatté duramente. Villanueva del Pardillo, Quijorna, Villafranca del Castillo, Brunete: i nomi che oggi leggiamo sui cartelli stradali erano allora punti di un fronte. Sul castello sono ancora visibili i segni dei combattimenti e, continuando verso Brunete, nel territorio rimangono fortini e trincee.
È uno degli aspetti che più mi affascinano dell’andare in bicicletta.
Non attraversi semplicemente un luogo. Hai il tempo di accorgertene.
In macchina probabilmente passeresti oltre. In bici invece vedi una costruzione in mezzo a un campo, rallenti, magari ti fermi. E da quel momento il paesaggio non è più lo stesso.
Con un figlio accanto c’è poi un piacere ulteriore. Non è necessariamente quello di spiegargli qualcosa. Anzi, qualche volta accade esattamente il contrario. È lui che ha già percorso quella strada, che sa dove porta un sentiero o che mi racconta cosa ha trovato più avanti.
Ed è una sensazione curiosa e bella.
Perché arriva un momento in cui i figli cominciano a costruirsi una loro geografia del mondo. E quando capita che una parte di quella geografia coincida con una nostra passione, abbiamo il privilegio di poterci entrare.
Verso ovest: l’acqua e il re

Se invece da casa prendiamo verso ovest, dopo un po’ compare l’acqua.
Valmayor.
Il bacino è enorme, il secondo della Comunidad de Madrid per capacità, e girargli intorno significa mettere insieme più di 45 chilometri di piste, sentieri e tratti lungo le rive.
Qui la bicicletta corre.
Poi magari ci si ferma a guardare l’acqua e si scopre che sotto quella superficie esiste un altro paesaggio. Ci sono vecchie strade e ponti sommersi, tra cui il Puente del Tercio, lungo uno degli antichi percorsi verso San Lorenzo de El Escorial.
È un filo che porta inevitabilmente a Felipe II.
Secoli fa da queste parti si viaggiava verso il Monastero dell’Escorial. Oggi noi seguiamo parte di quelle direzioni con ruote larghe, caschi, borracce e tracce GPS.
Cambiano i mezzi, ma rimane qualcosa di molto umano: la curiosità di sapere dove porta una strada.
E quella strada, continuando a salire, può portarci ancora più lontano.
La Silla de Felipe II
Da Valmayor si sale verso El Escorial, si attraversa il Bosque de la Herrería e si raggiunge la Silla de Felipe II.
Uno dei giri da queste parti misura 65 chilometri e circa 900 metri di dislivello.
La storia che tutti raccontano è che il re si sedesse su quelle rocce granitiche per osservare il cantiere del Monastero.
Solo che forse non è vero.
Alcuni studi suggeriscono che quel luogo possa essere molto più antico, forse uno spazio rituale legato ai Vettoni.
Ed ecco un’altra cosa che mi piace di questi giri: parti pensando di andare a pedalare e torni con una storia che non conoscevi. O, ancora meglio, con un dubbio.
A volte è mio figlio a raccontarmi ciò che ha scoperto. Altre volte cerchiamo insieme.
La bici, nel frattempo, è lì.
La strada che non era romana

Succede anche andando verso Zarzalejo e Las Machotas.
Lì c’è un lastricato che praticamente tutti chiamano calzada romana. Il nome è talmente convincente che, quando ci passi sopra, viene naturale immaginare che quelle pietre siano lì da duemila anni.
E invece no.
I documenti raccontano che quella strada fu realizzata per trasportare verso il Monastero la pietra estratta dalle cave de La Alberquilla, per volontà di Felipe II. Anche il cosiddetto “ponte romano” avrebbe un’origine molto più recente.
Sessantasei chilometri e quasi 1.200 metri di dislivello per scoprire, tra le altre cose, che una strada romana non era romana.
Non male per una giornata in bicicletta.
Poi si torna lungo le antiche vie pastorali, larghe e veloci, e per un po’ si smette di pensare alla storia. Si pedala e basta.
È anche questo che condividere una passione rende possibile.
Non bisogna necessariamente parlare.
Ci sono momenti in cui si chiacchiera e altri in cui ognuno procede con il proprio ritmo. Poi ci si ritrova. Una sosta, qualcosa da mangiare, una borraccia, una battuta e si riparte.
Non so se sia necessario dare un nome a queste cose.
So che sono tempo passato insieme.
Sierra Oeste profonda, fino alla Luna
Continuando ancora verso ovest, oltre Valdemorillo, il paesaggio cambia di nuovo.
La Sierra Oeste è più aspra. Le salite diventano più dure, arrivano pietre e discese tra le encinas. Uno dei giri verso Fresnedillas de la Oliva mette insieme circa 58 chilometri e 1.100 metri di dislivello.
Ma la cosa più sorprendente non sono le salite.
È la Luna.
Perché a un certo punto arrivi in un piccolo paese della Sierra madrilena e scopri che dal 1967 al 1985 qui funzionò una stazione legata alle missioni Apollo. Anche da Fresnedillas passarono le comunicazioni di quella notte del 20 luglio 1969 in cui l’uomo mise piede sulla Luna.
Oggi in paese c’è un Museo Lunar.
E poco distante ci sono due fortini della Guerra Civile.
Questa vicinanza mi sembra quasi incredibile.
La guerra e la Luna.
Due fortini e il programma Apollo.
Tutto nello spazio di pochi chilometri.
Forse è questo il senso più profondo dell’esplorazione: non andare necessariamente lontano, ma imparare a guardare ciò che abbiamo intorno con abbastanza curiosità da lasciarci sorprendere.
E la bici, in questo, è un mezzo quasi perfetto. Veloce quanto basta per portarci lontano. Lenta quanto serve per permetterci di vedere.
La grande classica: dal paese al crinale
Da Villanueva del Pardillo la Sierra è quasi sempre lì.
La vedi in lontananza e, se continui a pedalare da queste parti, prima o poi nasce inevitabilmente una domanda: e se arrivassimo fin lassù?
Una delle risposte è un giro da 92 chilometri e oltre 1.750 metri di dislivello.
Si parte dal paese, si sale verso La Jarosa e l’Alto del León, poi si continua sul crinale in direzione di Abantos e infine si scende verso El Escorial.
A quel punto non sembra più un giro dietro casa.
Sembra un viaggio.
All’Alto del León troviamo il grande leone di pietra che ricorda l’apertura del valico nel 1749, sotto Fernando VI. Poco più in là tornano bunker e trincee della Guerra Civile. Al Collado de la Mina il nome conserva invece la memoria di una miniera di wolframio aperta nel dopoguerra.
E infine arriva Abantos.
Nel 1999 un incendio bruciò 425 ettari di questa montagna. Oggi si pedala nuovamente nel bosco, sopra El Escorial, con il Monastero là sotto e tutta la pianura che si apre davanti.
Poi arriva il momento di scendere.
E in certi momenti è meglio che le parole spariscano.
Rimangono il sentiero, il rumore delle gomme, l’aria, la concentrazione e quella sensazione elementare che da bambini conoscevamo benissimo: andare in bicicletta è semplicemente bello.
Il parco giochi di casa
Non sempre, però, bisogna arrivare fino al crinale.
Tra Galapagar e Colmenarejo ci sono percorsi molto più vicini. Cerro del Madroñal, Casa de la Patata, sentieri tra le rocce, salite brevi, discese. Quaranta chilometri possono facilmente diventare mille metri di dislivello.
È il territorio che si impara a conoscere tornando.
Una prima volta prendi un sentiero. La seconda scopri una deviazione. La terza capisci che quella deviazione si collega a un’altra pista che avevi percorso mesi prima.
E la mappa nella testa cresce.
Quella di mio figlio, in questo momento, probabilmente cresce più velocemente della mia.
Ed è giusto così.
Lui percorre questo territorio, lo scopre, torna e me lo racconta. Qualche volta la volta successiva ci andiamo insieme. Altre volte quel luogo rimane semplicemente dentro il suo racconto.
Ma in qualche modo finisce per entrare anche nella mia mappa.
Un territorio completo

Forse è proprio questa la cosa che mi rimane di tutti questi percorsi.
I figli crescono e cominciano inevitabilmente ad andare per la propria strada. È quello che devono fare. Scoprono interessi, luoghi e passioni che appartengono a loro.
Noi possiamo soltanto sperare che, ogni tanto, qualcuna di quelle strade permetta ancora di pedalare insieme.
Non importa nemmeno chi l’abbia scoperta per primo.
Non importa chi stia davanti.
E probabilmente non importa neppure se la bicicletta sia assistita oppure muscolare. La bici è il mezzo, non il fine. È una maniera straordinariamente semplice di uscire, attraversare un territorio, arrivare da qualche parte con le proprie forze e provare qualcosa lungo il percorso.
In questi giri abbiamo trovato fiumi e montagne, castelli e trincee, strade che non erano romane, boschi, laghi, re, guerre e persino la Luna.
Ma la cosa più preziosa non era segnata sulla mappa.
Era poter condividere una parte del viaggio.
A volte sono stato io a pedalare accanto a mio figlio.
Altre volte è stato lui a tornare e raccontarmi dove era arrivato, cosa aveva visto, quale strada aveva preso.
E forse è proprio questo uno dei regali più belli che possa fare una passione condivisa tra un padre e un figlio: creare un territorio comune senza obbligare nessuno dei due a percorrere sempre la stessa strada.
Si può partire insieme.
Si può andare ciascuno per conto proprio.
Ci si può ritrovare davanti a una salita, a casa davanti a una mappa o semplicemente nel racconto di un giro.
Perché esplorare insieme non significa necessariamente percorrere sempre gli stessi chilometri.
Significa continuare ad avere qualcosa da raccontarsi quando si torna a casa.
E magari, ascoltando il racconto dell’altro, avere già voglia di ripartire.