Correre un Mondiale in casa ha sempre qualcosa di particolare e io, forse, avevo un motivo in più per voler essere in Val di Sole. Nel 2021 non ero riuscito a partecipare a causa dell’infortunio che mi aveva tenuto fuori per tutta la stagione. Quella gara mi era rimasta lì e quindi quest’anno tenevo davvero a esserci.
Non era nemmeno così scontato riuscire a conquistare un posto, perché in Italia ci sono ragazzi giovani che vanno davvero forte e la concorrenza c’è. Alla fine sono riuscito a ritagliarmi il mio spazio e già per questo sono contento di aver partecipato.
Poi, naturalmente, una volta arrivato in Val di Sole non ero lì soltanto per esserci. Avevo le mie aspettative, mi sentivo bene e nella mia testa c’era anche un obiettivo: provare a entrare nella top 10.
Casa Italia: quanto è bello ritrovarsi tutti insieme?
Una delle cose più belle della settimana è stata ritrovarsi insieme a tutta la Nazionale. Noi del downhill eravamo con i ragazzi del cross country ed era da un po’ che non capitava di essere di nuovo tutti insieme.
È stato bello vivere il Mondiale in questo modo, condividendo le giornate anche con chi corre nelle altre discipline della MTB. Durante la stagione ognuno segue il proprio calendario e quindi occasioni così non capitano spesso. In Val di Sole, invece, eravamo tutti lì e questo è stato sicuramente uno degli aspetti positivi della settimana.
Poi siamo andati a vedere la pista. E lì abbiamo capito subito che sarebbe stato un Mondiale in cui le condizioni avrebbero contato parecchio.
La prima Val di Sole? Sul bagnato si pattina
Il giorno prima del track walk aveva piovuto tantissimo e siamo arrivati con la pista completamente bagnata. Durante la ricognizione ha iniziato ad asciugarsi un po’ e, per la prima volta, abbiamo fatto le prove subito dopo il track walk. In Coppa non succede mai, mentre qui al Mondiale è andata così.
Alla fine credo che quella pioggia abbia anche aiutato, perché ha compattato tutti i lavori che erano stati fatti sul tracciato. Il primo giorno, però, le condizioni erano abbastanza difficili: alcuni punti di terra si stavano asciugando, mentre le radici sotto il bosco erano ancora umide. Quindi il grip cambiava parecchio e bisognava capire continuamente cosa si aveva sotto le ruote.
La Val di Sole, poi, quando piove è particolare. Non fa veramente fango: il terreno diventa duro, lucido e scivolosissimo. In pratica si pattina.
Per fortuna avevamo davanti una settimana lunga. Abbiamo iniziato a girare mercoledì e la gara era sabato, quindi potevamo prenderci un po’ di tempo senza dover cercare subito il limite.
Giovedì cambia tutto: quanto conta trovare il feeling?

Giovedì la pista si era asciugata ed era praticamente perfetta. Abbiamo fatto altre due ore di prove e io mi sentivo bene.
Abbiamo approfittato della giornata anche per fare qualche aggiustamento alla bici. Stiamo usando un prototipo di ammortizzatore elettronico e abbiamo lavorato un po’ sui setting, cercando di capire quale soluzione funzionasse meglio. A fine giornata le sensazioni erano buone e arrivavo alle qualifiche abbastanza tranquillo.
Venerdì avevamo un’altra ora di prove prima della qualifica. Eravamo circa novanta al via e ne passavano ottanta, quindi l’obiettivo era soprattutto non combinare casini e arrivare in fondo. Perché sembra semplice, ma nel downhill basta veramente poco: una foratura, una caduta, anche solo saltare un paletto e il Mondiale può finire lì.
Per questo non ho cercato di spingere troppo. Ho chiuso 31° e, soprattutto, sono arrivato a fine giornata con ottime sensazioni per il sabato.
A quel punto, però, è tornata la pioggia. E venerdì sera ne è venuta davvero tanta.
Sabato mattina non si sta in piedi. Ma cinque ore dopo?
Quando siamo entrati per le prove del sabato mattina è stato un disastro. Non si stava in piedi. Ancora una volta niente vero fango: il terreno della Val di Sole era diventato duro, lucido e senza grip.
La cosa che giocava a nostro favore era il tempo. Abbiamo finito di girare intorno alle 11.40 e la mia gara era alle 16.30, quindi davanti avevamo quasi cinque ore perché il tracciato potesse asciugarsi. E infatti, quando è arrivato il momento della mia run, la situazione era cambiata parecchio.
Secondo me questo ha inciso anche sui risultati, perché tra la mia partenza e quella di Jackson Goldstone c’era circa un’ora e mezza. Io sono partito verso le 16.30, lui intorno alle 18. Su una pista che si stava asciugando così velocemente, in un’ora e mezza le condizioni potevano cambiare.
Non significa sapere esattamente quanto questo valga sul cronometro, ma sicuramente era un fattore da tenere in considerazione.
Come fai a sapere cosa troverai dentro al bosco?

Prima della gara cerchi di raccogliere più informazioni possibili. Ci sono persone lungo il tracciato che ti comunicano le condizioni della pista, ma noi ne abbiamo meno rispetto ad altri e quindi bisogna dividerle: qualcuno deve stare alla partenza per aiutarci con il riscaldamento, qualcun altro può andare in pista.
Un’idea di quello che avrei trovato comunque ce l’avevo e, più o meno, ci avevamo azzeccato. Il dubbio vero era capire quanto si fosse asciugato soprattutto nel bosco.
Per questo sono entrato nella prima parte un pelo cauto. Non volevo arrivare pensando di trovare grip e poi scoprire che le condizioni erano ancora quelle della mattina. Quando ho capito che la pista era più asciutta e che potevo fidarmi, ho iniziato a lasciarmi andare.
Forse anche un po’ troppo, perché da lì sono arrivati due errori, uno più grosso dell’altro. In quello più importante penso di aver lasciato un secondo e mezzo, forse due.
Ed è lì che rimane un po’ di rammarico, perché il mio obiettivo era la top 10 e alla fine dal decimo avevo poco più di due secondi. Quando i distacchi sono questi, sai che un errore può cambiare parecchio il risultato.
Dopo gli ultimi anni, com’è questa nuova Val di Sole?

Una cosa, però, la voglio dire sulla pista: per me il percorso di quest’anno è una bomba.
Negli ultimi anni, anche per via del terreno, a volte più che andare in bici sembrava di dover sopravvivere al weekend. Quest’anno invece è stato fatto un lavoro assurdo. Hanno messo un sacco di terra riportata e hanno rallentato un po’ la pista, con il risultato che durante la settimana si è anche scavata meno.
A me è piaciuta veramente tanto. Rimane una Val di Sole tecnica e molto tortuosa, con passaggi abbastanza stretti, contropendenze, radici, pietre, salti e grandi frenate. Insomma, c’è tutto quello che serve per renderla difficile, ma allo stesso tempo era veramente una figata da guidare.
Onestamente, preferisco questa direzione per la Val di Sole.
Otto secondi da Goldstone: dove sono?
E poi c’è la domanda più difficile: dove fa la differenza Jackson Goldstone?
Non lo so, veramente. Se sapessimo esattamente dove riesce a prendere quei secondi, probabilmente saremmo tutti lì davanti.
La cosa impressionante è che i primi tre hanno fatto una differenza importante su tutti gli altri. Erano molto vicini tra loro e poi si apriva un gap abbastanza grosso. Io, alla fine, da Goldstone ho preso circa otto secondi.
Otto secondi su quasi quattro minuti di pista possono sembrare tanti, ma quando provi a capire dove siano diventa molto più complicato. Possono essere tante cose: il setting giusto della bici, un’intensità diversa mantenuta durante tutta la discesa, una linea, un errore. Sono piccoli pezzi che, messi insieme, alla fine fanno il tempo.
Dei miei otto secondi, due o tre riesco a immaginare dove siano rimasti. Un paio sicuramente nei due errori che ho fatto. Un altro può essere nell’intensità della prima parte, fino al primo bosco, dove sono entrato più cauto proprio perché dovevo capire quali condizioni avrei trovato.
Gli altri? Non lo so.
Ed è probabilmente questa la parte interessante quando guardi quelli che sono davanti: capire come riescano a costruire quella differenza nell’arco di una discesa di quasi quattro minuti. Non c’è necessariamente un punto in cui perdi tutto. Può essere un secondo qui, qualcosa là, un po’ più di intensità, un setting migliore, un errore che loro non fanno.
Io so dove posso averne persi alcuni.
Per trovare tutti gli altri bisogna continuare a lavorare.