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EDO PERUGINO A CHATEL: il cash roll sulla Spina da chiudere e una vita da scegliere

Nel nuovo capitolo del suo diario di bordo per 365 MTB, Edo Perugino arriva a Chatel per quella che dovrebbe essere una breve tappa e finisce per fermarsi quasi un mese. Tra giornate nel bike park, sessioni con i locals, un cashroll chiuso sulla Spina, la jam del Tour des Niares e il Mondiale Downhill di Les Gets, Chatel diventa molto più di una destinazione MTB.

È un viaggio dentro la community della mountain bike, ma anche una riflessione personale sulla libertà, sulle vittorie che non hanno bisogno di un premio e sul significato della “dream life”. Per Edo, la vita dei sogni non è una vita perfetta: è poter scegliere dove andare, con chi condividere il proprio tempo e continuare a costruire la propria strada facendo ciò che si ama.


Ci sono posti che visiti e posti nei quali, senza sapere bene perché, hai immediatamente la sensazione di essere arrivato. Chatel, per me, è stato uno di questi.

Dopo aver salutato Noemi e aver chiuso un altro pezzo di viaggio, riparto da solo e mi dirigo verso Chatel. Nei miei programmi dovrebbe essere semplicemente un’altra tappa: qualche giorno, un po’ di riding, poi di nuovo tutto nel van e avanti verso la destinazione successiva. Ma ormai sto iniziando a capire che una delle cose più belle di questo viaggio è proprio quanto poco contino i programmi.

Appena entro a Chatel sento un’energia particolare. È difficile da spiegare, ma basta guardarsi intorno per capire cosa intendo. Van parcheggiati ovunque, portelloni aperti, bici appoggiate fuori, caschi e protezioni sparsi a terra. C’è gente che arriva, parcheggia e trasforma quel pezzo di asfalto nella propria casa. Ragazzi che si svegliano, prendono la bici e passano l’intera giornata insieme, tra risalite, salti, cadute, trick, risate e racconti delle run appena fatte.

La cosa che mi colpisce è che nessuno ha bisogno di spiegare perché si trova lì. Siamo tutti a Chatel per lo stesso motivo: andare in bici.

Ritrovo alcuni amici e, nello stesso momento, comincio a conoscere un sacco di persone nuove. Una giornata tira l’altra, i programmi cambiano e quella che doveva essere una semplice tappa finisce per diventare una permanenza di quasi un mese. Un mese intensissimo, nel quale giro tantissimo, provo cose nuove, conosco persone, mi diverto come un matto e riesco persino a piegare due manubri nel giro di una settimana.

Più passano i giorni, però, più mi rendo conto che ciò che mi sta facendo restare non è soltanto il bike park. È tutto quello che gli gira intorno. È quella sensazione di essere entrato quasi per caso in una piccola comunità in cui la bici è il linguaggio comune. Puoi arrivare da qualsiasi parte, conoscere o meno le persone che hai davanti, ma appena iniziate a girare insieme una parte delle distanze scompare.

Ed è probabilmente questa la prima cosa che Chatel mi lascia: la sensazione di poter essere a casa anche molto lontano da casa.

Un cashroll sulla Spina

Se ti piace saltare, a Chatel c’è un posto che inevitabilmente finisce per attirare la tua attenzione: la Spina.

La vedo praticamente il primo giorno e mi entra subito un’idea in testa: “Qui voglio farci un cashroll.” Un front flip 360 con la DH.

Lo dico ai ragazzi e la risposta è abbastanza chiara: secondo loro sono pazzo. Forse hanno anche ragione, ma conosco abbastanza bene il mio cervello da sapere che, una volta entrata un’idea del genere, ignorarla diventa quasi impossibile.

Il giorno dopo torno sulla Spina con quell’unico obiettivo. Comincio a provare il trick e continuo per decine di tentativi. Ogni volta mi sembra di avvicinarmi, ma in fase di atterraggio la rotazione mi porta a terra. Provo, cado, risalgo e riprovo. Alla fine capisco che insistere non avrebbe molto senso e decido di lasciarlo per il giorno successivo.

Quando torno, ho il caschetto aperto e praticamente nessuna protezione. Non esattamente la scelta più intelligente della mia vita, soprattutto considerando quello che sto per fare. Ma parto lo stesso.

Il primo tentativo non va. Al secondo parto, stacco, giro e questa volta, quando torno a vedere il terreno sotto di me, riesco a mettere le ruote giù.

Cashroll. Chiuso.

Per qualche secondo faccio quasi fatica a crederci. È una sensazione strana, quella che arriva quando riesci a fare qualcosa che fino a un attimo prima non sapevi nemmeno se fossi davvero in grado di fare. Ed è forse proprio questa una delle ragioni per cui continuo ad amare così tanto la bici: quella possibilità di spostare, ogni tanto, il confine di ciò che pensi di saper fare.

Non è soltanto il trick. È il momento in cui il dubbio diventa realtà. Prima pensi “chissà se riesco”. Qualche secondo dopo sai che puoi farlo.

E farlo con una DH, in quel posto, rende tutto ancora più assurdo.

La jam e una vittoria senza premio

Nei giorni successivi continuo a girare sulla Reboul insieme ai locals e a vivere Chatel sempre meno come una destinazione e sempre più come un posto in cui, semplicemente, sto bene.

Poi arriva il Tour des Niares, uno degli appuntamenti più importanti della zona. Non riesco a partecipare, ma mi basta vedere quei salti e il livello dei rider per farmi una promessa molto semplice: l’anno prossimo voglio esserci.

A fine giornata c’è una jam session sulla linea di salti vicino al bike park. C’è tantissima gente, il livello è alto e tutti vogliono tirare fuori qualcosa di speciale. Il problema, almeno per me, è che il salto su cui bisogna trikkare è davvero piccolo.

Ed è lì che mi viene un’altra delle mie idee poco intelligenti.

Voglio provare il cashroll che avevo appena chiuso con la DH, questa volta con la dirt.

Guardo il salto e so benissimo che lo spazio è poco. Ma ormai conosco il trick, so cosa devo fare e soprattutto voglio capire se riesco a portarlo anche lì. Parto, lo mando e riesco a chiuderlo.

La reazione è incredibile. Per qualche secondo sento soltanto urla, applausi e gente che esulta intorno alla linea. Sono quei momenti in cui l’energia degli altri ti arriva addosso tutta insieme e non puoi fare altro che godertela.

Poi arriva il turno di un ragazzo tedesco. Lancia un backflip bar to tuck no hand, un trick enorme, e anche questa volta la gente esplode. I suoi amici impazziscono: gli corrono incontro, urlano, lo festeggiano. Mi ritrovo anch’io a prenderlo in braccio e applaudirlo.

Eravamo rimasti soltanto io e lui, quindi in teoria avrei dovuto pensare alla vittoria. E invece proprio in quel momento mi accorgo che non me ne importa quasi più.

Il cashroll non l’avevo fatto per battere qualcuno. Non l’avevo fatto per il premio e, per quanto fosse bellissimo sentire la gente urlare, non l’avevo fatto nemmeno per quello. L’avevo fatto perché volevo riuscire a farlo.

Alla fine vince lui. E sono sinceramente contento.

Poco dopo alcuni pro rider vengono da me e mi dicono che quello che avevo fatto era incredibile. Quelle parole mi rimangono dentro più della classifica. Mi fanno pensare che forse siamo troppo abituati ad associare la vittoria a un risultato, a un numero o a un premio, mentre a volte le cose che contano davvero non si misurano così.

Quel giorno non ho vinto la jam, ma sono riuscito a fare qualcosa che volevo fare e che ha lasciato un’impressione nelle persone che erano lì. Per me era abbastanza.

Forse anche più di abbastanza.

Che cos’è, davvero, la dream life?

È durante quei giorni che comincio a farmi una domanda che va molto oltre la bici: che cos’è, per me, la vita dei sogni?

Quando si parla di “dream life” è facile immaginare una vita perfetta. Viaggi continui, posti incredibili, tramonti davanti al van, giornate passate a fare ciò che ami. Ma vivendo davvero sulla strada mi sto rendendo conto che non è la perfezione a rendere speciale questa vita.

Perché di perfetto c’è ben poco.

Ci sono giornate storte, cadute, problemi da risolvere, chilometri da guidare quando sei stanco, programmi che saltano e momenti in cui non sai bene dove sarai tra una settimana. Ci sono tutte quelle parti che in una foto o in un video spesso non si vedono.

Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è qualcosa che per me vale enormemente di più: la possibilità di scegliere.

Scegliere dove andare, con chi fermarmi e quando ripartire. Arrivare in un posto pensando di rimanere qualche giorno e decidere, semplicemente perché sto bene, di restare quasi un mese. Conoscere persone che fino a ieri erano perfetti sconosciuti e ritrovarmi pochi giorni dopo a condividere con loro gran parte delle mie giornate. Partire senza sapere esattamente dove finirò e scoprire che questa incertezza, invece di spaventarmi, è diventata una delle cose che amo di più.

Forse la libertà che stavo cercando quando sono partito era proprio questa.

Non significa non avere problemi o poter fare qualsiasi cosa. Significa avere abbastanza spazio nella propria vita da poter decidere che direzione darle.

E soprattutto significa poter dedicare tempo a ciò che amo, incontrando lungo la strada persone che condividono la stessa passione.

Chatel me lo fa capire in maniera molto semplice. Sono lontano da casa, vivo in un van, non so ancora quale sarà la mia prossima destinazione e molti dei ragazzi con cui passo le giornate non li conoscevo nemmeno poche settimane prima.

Eppure sto bene.

Anzi, mi sento esattamente dove vorrei essere.

Forse, per me, la vita dei sogni non è avere tutto. È poter continuare a scegliere la vita che voglio vivere.

Il Mondiale di Les Gets

Prima di ripartire c’è ancora una cosa che voglio vedere: il Mondiale di Downhill a Les Gets.

Quando arrivo, trovo una situazione completamente folle. Il fango è ovunque, spesso e pesante, e in alcuni punti sembra quasi capace di fermare le bici. Guardare i rider affrontare la pista in quelle condizioni è impressionante. Li vedi cambiare traiettorie, cercare grip dove apparentemente non ce n’è, adattarsi continuamente e continuare a spingere oltre quello che sembrerebbe possibile.

È una delle cose che amo di più di questo sport. Non conta soltanto quanto sei veloce quando tutto funziona. Conta quello che riesci a fare quando le condizioni cambiano e devi trovare una soluzione mentre stai già andando al limite.

Ma ancora una volta, oltre alla gara, ciò che mi colpisce è quello che vedo intorno.

Rider, amici, locals, appassionati arrivati da posti diversi. Tutti immersi nello stesso fango, tutti con gli occhi sulla stessa pista e tutti riuniti dalla stessa cosa: la bici.

Sul mio profilo Instagram ho raccolto alcuni dei momenti più belli di quella giornata, ma ci sono sensazioni che un video riesce a raccontare soltanto fino a un certo punto. Bisogna essere lì per sentire davvero il rumore, le urla del pubblico, la tensione prima del passaggio di un rider e quell’energia collettiva che rende eventi come questo molto più di una semplice gara.

È la stessa energia che ho respirato per quasi un mese a Chatel. Cambiano le bici, cambiano i rider, cambia il contesto, ma alla fine c’è sempre quella sensazione di appartenere tutti, in qualche modo, allo stesso mondo.

La strada continua

Il giorno dopo arriva il momento di ripartire.

Questa volta la destinazione è l’Italia. Il giorno precedente ho ricevuto una chiamata per parteciapre ad un evento e quindi, ancora una volta, i programmi cambiano nel giro di poche ore.

Rimetto tutto nel van, saluto le persone con cui ho condiviso quasi un mese e torno sulla strada.

Mentre Chatel rimane alle mie spalle penso a quanto questa tappa sia diventata diversa da ciò che avevo immaginato. Doveva essere un passaggio ed è diventata uno dei momenti più intensi del viaggio. Sono arrivato per andare in bici e me ne vado con qualcosa che con la bici ha a che fare solo fino a un certo punto.

Chatel mi ha ricordato perché sono partito.

Sono partito perché volevo vedere dove poteva portarmi questa vita. Volevo conoscere persone, mettermi alla prova, andare in posti nuovi e concedermi il lusso di non avere sempre tutto programmato. Volevo capire se fosse davvero possibile costruire una quotidianità intorno alle cose che amo, invece di provare continuamente a incastrare ciò che amo dentro una vita già decisa.

Non so quanto durerà questo viaggio e non so dove mi porterà. Probabilmente cambieranno i programmi altre cento volte. Ci saranno posti in cui resterò una notte e altri dai quali sarà difficile andarsene.

Ma forse è proprio questo il bello.

Oggi la mia idea di vita dei sogni non assomiglia a qualcosa di perfetto. Assomiglia molto di più a un van pieno di roba, una bici che probabilmente ha bisogno di manutenzione, degli amici incontrati lungo la strada e una destinazione che può cambiare da un momento all’altro.

Chatel, per me, non è stato soltanto un bike park.

È stato uno di quei posti che ti fanno fermare per un attimo e guardare la vita che stai vivendo.

E pensare che, forse, non hai bisogno di sapere esattamente dove stai andando per capire di essere sulla strada giusta.

Edo Perugino
Diario di bordo — 365 MTB



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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