Un’ultima tappa complicata, tra pioggia, fango, problemi meccanici e una qualificazione sfumata per pochi secondi. Vi racconto cosa è successo, le sensazioni con cui chiudo la stagione di Coppa del Mondo e come vedo una downhill che continua a cambiare.
Tra fango e problemi meccanici, un weekend iniziato in salita

Ci sono weekend in cui, fin dal primo momento, capisci che sarà tutto più complicato del previsto. L’ultima tappa di Coppa del Mondo, per me, è stata esattamente così. Una di quelle gare in cui ti ritrovi sempre a inseguire qualcosa: il giusto feeling con la bici, le linee migliori, il ritmo degli altri e, alla fine, anche il tempo necessario per qualificarti.
Tutto è cominciato durante la track walk, quando ha iniziato a piovere. Conoscendo il tipo di terreno, abbastanza sabbioso, pensavamo che potesse reggere meglio l’acqua. Invece si è trasformato rapidamente in un vero e proprio pantano. Le condizioni erano davvero difficili, al punto che durante le prove hanno dovuto chiudere la parte finale della pista. I salti erano talmente molli che non si riuscivano ad affrontare in sicurezza e abbiamo potuto girare soltanto fino al terzo intertempo.
La cosa particolare è che, una volta asciugata e dopo che si sono formate le linee, la pista è diventata davvero bella. Peccato che nel frattempo, per me, fossero arrivati altri problemi.
Al primo giro ho avuto un guasto alla forcella che mi ha fatto perdere praticamente tutto il primo turno di prove. Ho passato quel tempo insieme ai tecnici Öhlins per cercare di risolvere la situazione, ma anche la forcella di scorta aveva un problema alla cartuccia dell’aria, probabilmente causato dal viaggio in aereo.
Alla fine mi hanno montato una forcella che non avevo mai utilizzato prima. Mi hanno dato delle indicazioni iniziali sulle pressioni e da lì ho cominciato a fare tentativi, cercando di trovare un setup che funzionasse. Il problema era che, con una pista in quelle condizioni, capire davvero come lavorasse la bici era complicatissimo.
Ed è proprio questo che ha condizionato tutto il mio weekend. Mentre gli altri accumulavano giri e confidenza, io cercavo ancora di capire la bici e recuperare il tempo perso. Ho rincorso le prove, ho rincorso gli altri e ho rincorso tutto quello che avrei dovuto fare per arrivare preparato alle qualifiche.
Soltanto nell’ultimo giro di prova prima delle qualifiche sono riuscito a trovare una mezza quadra con il setup.
Una qualifica tutta in salita

In Q1 non ero ancora completamente sicuro della velocità, delle linee e di quanto potessi spingere. Sono partito e, nelle prime curve, ho commesso un errore su una contropendenza piuttosto insidiosa. Sono finito largo, sono passato vicino a un albero e ho praticamente perso tutta la velocità.
Al primo intertempo ero intorno alla cinquantesima posizione, ma da lì sono riuscito a recuperare fino al 25° posto, chiudendo a circa un secondo dalla qualificazione.
A quel punto mi sono detto che potevo farcela. Nonostante l’errore iniziale ero comunque vicino, quindi sapevo di avere margine.
In Q2 sono partito più convinto, anche se ho sbagliato nuovamente la prima contropendenza, fortunatamente meno rispetto alla manche precedente. Ho continuato a spingere, pensando che, se ero riuscito ad avvicinarmi al tempo di qualifica con l’errore fatto in Q1, avrei potuto recuperare anche questa volta.
Ho spinto fino a quando, a circa un minuto dalla fine, sono uscito di pista.
Alla fine non mi sono qualificato per tre secondi.
È stata una conclusione amara, perché non ho mai avuto davvero la possibilità di costruire il weekend come avrei voluto. Nella downhill di oggi perdere un turno di prove pesa tantissimo, soprattutto quando devi affrontare una pista difficile, condizioni che cambiano continuamente e avversari che non ti concedono nulla.
Una stagione combattuta, tra buone sensazioni e risultati mancati
Se devo fare un bilancio della mia stagione di Coppa del Mondo, direi che è andata abbastanza bene, almeno dal punto di vista delle prestazioni. Sono contento di come ho guidato e delle sensazioni che ho avuto in sella alla bici, un po’ meno dei risultati che sono riuscito a portare a casa. In diverse occasioni mi è mancato davvero pochissimo per entrare in finale: a volte una o due posizioni, altre volte appena qualche decimo di secondo. Situazioni che lasciano inevitabilmente un po’ di amaro in bocca, soprattutto quando senti di avere la velocità per giocartela.
D’altra parte, è stata una stagione di Coppa del Mondo estremamente combattuta, con un livello generale altissimo e distacchi davvero ridotti. Bastava un piccolo errore per ritrovarsi fuori dalla finale, e non è successo soltanto a me. Anche alcuni dei nomi più importanti della downhill mondiale hanno dovuto fare i conti con qualifiche mancate e imprevisti. Jackson Goldstone, per esempio, è rimasto fuori dalla finale nella gara di casa a Whistler, mentre Amaury Pierron ha mancato la qualificazione a Lake Placid. Senza dimenticare Finn Iles, fermato da un infortunio mentre si trovava nelle primissime posizioni della classifica di Coppa.
Episodi che fanno capire quanto sia stata movimentata e imprevedibile questa stagione. Oggi il livello è talmente alto che nessuno può permettersi di abbassare la guardia, nemmeno i rider che abitualmente lottano per la vittoria. Per quanto mi riguarda, rimane un po’ di delusione per i risultati, ma anche la soddisfazione di aver trovato una buona velocità e delle sensazioni positive alla guida. È da qui che voglio ripartire.
La downhill sta cambiando, e non soltanto per la velocità

Se guardo a come si è evoluta la downhill negli ultimi anni, penso che siamo arrivati a livelli davvero assurdi. Le velocità sono altissime e anche le piste sono cambiate parecchio.
Per un periodo ho avuto la sensazione che alcuni tracciati fossero stati semplificati, permettendoci di andare sempre più forte. Ultimamente, però, mi sembra che si stia tornando a rallentare un po’ le piste e a dare maggiore spazio alla parte tecnica.
A Lake Placid, per esempio, il tracciato ci ha rallentato un po’, mentre Whistler, anche se fosse stata bagnata, sarebbe rimasta una pista veloce ma comunque piuttosto tecnica.
Da quello che si sente nell’ambiente, anche gli sponsor vorrebbero piste leggermente più lente, per avere maggiore visibilità durante il passaggio dei rider. Quando passi davanti a una telecamera a velocità assurde, a volte è difficile persino distinguere i marchi.
È un aspetto interessante, perché fa capire come l’evoluzione della downhill non dipenda soltanto dai rider e dalle bici, ma anche da tutto quello che ruota intorno alla Coppa del Mondo.
Un’altra cosa che sto notando è che i team sembrano iniziare a essere ascoltati maggiormente. Dopo le difficoltà organizzative e le condizioni riscontrate nella gara in Corea, diverse squadre hanno espresso il proprio malcontento. Da quello che si dice, nonostante l’appuntamento fosse previsto per due anni, potrebbe anche non essere riproposto nel prossimo calendario.
Personalmente spero che si riescano a trovare soluzioni migliori e ad aggiungere gare belle, su piste all’altezza del livello che abbiamo raggiunto.
La downhill continuerà sicuramente a evolversi. È cambiata tantissimo negli ultimi anni e credo che cambierà ancora, sia dal punto di vista tecnico sia da quello organizzativo.
Per quanto mi riguarda, chiudo questa stagione con un po’ di rammarico per i risultati che non sono arrivati, ma anche con la soddisfazione di aver espresso una buona guida. Il livello della Coppa del Mondo continua a crescere e i margini sono sempre più ridotti. La sfida sarà riuscire a trasformare le buone sensazioni in risultati concreti, perché oggi, più che mai, ogni dettaglio può fare la differenza.


