Dai trail alla destagionalizzazione, dal rapporto tra mountain bike e sci fino al ruolo delle e-bike e della pianificazione a lungo termine, emerge una convinzione: una grande destinazione non si costruisce partendo dai sentieri, ma da una strategia condivisa capace di creare valore per tutto il territorio.
Siamo arrivati in Paganella convinti che la conversazione avrebbe ruotato attorno ai trail. Nuovi percorsi, manutenzione, bike park, numeri del turismo su due ruote. Del resto era questo il motivo dell’incontro con Luca D’Angelo, destination manager del comprensorio e tra le figure che più hanno contribuito a trasformare la Paganella in una delle destinazioni bike più apprezzate d’Europa.
Dopo pochi minuti, però, è stato chiaro che i sentieri sarebbero rimasti sullo sfondo. O meglio, sarebbero diventati il punto di partenza per affrontare temi molto più ampi: il futuro della montagna, il cambiamento climatico, l’evoluzione del turismo, il rapporto tra estate e inverno e la necessità di ripensare il modello economico delle località alpine.
Ne è nata una conversazione che parla di mountain bike solo in apparenza. In realtà racconta come nasce una destinazione turistica e perché, oggi più che mai, il successo di un territorio dipenda prima di tutto dalla capacità di avere una visione.
La bici non deve sostituire lo sci

Per molti anni diverse località alpine hanno inseguito la stessa idea: trasformare la mountain bike nel nuovo “sci estivo”. Un’attività capace di raccogliere l’eredità del turismo invernale e compensarne, almeno in parte, il peso economico.
Per Luca D’Angelo, però, il punto di partenza è sbagliato.
«Non esiste uno sport turistico capace di muovere i numeri dello sci.»
È una frase che riporta subito il confronto su un piano realistico. Lo sci, per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi cinquant’anni, è stato un fenomeno irripetibile. Ha cambiato il volto delle Alpi, ha creato un’economia imponente e ha portato milioni di persone in montagna.
Pensare che una sola disciplina possa sostituirlo significa assegnarle un compito impossibile.
La mountain bike non può e non deve replicare quei numeri. Il suo ruolo è diverso. È quello di diventare il motore attorno al quale costruire un’offerta estiva più ricca e articolata, capace di coinvolgere non soltanto i biker, ma anche escursionisti, famiglie, camminatori e tutti coloro che scelgono la montagna per vivere esperienze all’aria aperta.
Il cambio di prospettiva è sostanziale. Non serve trovare il successore dello sci. Serve costruire una montagna meno dipendente da una sola disciplina e più capace di vivere durante tutto l’anno.
Il vero motore della destagionalizzazione

È probabilmente questo il passaggio più interessante dell’intervista.
Per descrivere il ruolo della mountain bike, D’Angelo utilizza un’immagine semplice ma efficace: «La mountain bike è stata il cuneo.»
Non il prodotto finale, ma lo strumento che ha permesso di aprire una nuova fase per il turismo alpino.
Per decenni la stagione estiva si è concentrata quasi esclusivamente nei mesi di luglio e agosto. Il resto dell’anno significava impianti chiusi, alberghi vuoti e attività ridotta.
L’arrivo della mountain bike ha modificato questo equilibrio.
Aprire gli impianti per i biker ha significato dare una motivazione concreta per visitare la montagna già in primavera e fino all’autunno inoltrato. Ma i benefici non riguardano soltanto chi pedala.
Quando una cabinovia è aperta salgono anche gli escursionisti. Lavorano i rifugi, gli hotel possono allungare la stagione, i ristoranti accolgono nuovi clienti e l’intero territorio torna a essere attrattivo anche fuori dai tradizionali mesi di punta.
In questo senso la mountain bike non è semplicemente un prodotto turistico. È il catalizzatore che permette di costruire un’offerta molto più ampia.
È questa, probabilmente, la vera definizione di destagionalizzazione.
Quanto vale davvero un investimento bike?



Quando si parla di turismo è inevitabile arrivare ai numeri. Paganella è spesso indicata come uno dei casi di maggior successo nel panorama europeo e viene naturale chiedersi quale sia il ritorno economico di un investimento così importante.
Anche in questo caso D’Angelo invita a cambiare prospettiva.
Lo sci continua a generare volumi economici nettamente superiori. Nessuno lo mette in discussione. Ma per valutare un modello non basta osservare i ricavi: bisogna considerare anche quanto costa mantenerlo.
La rete di trail della Paganella richiede circa 300 mila euro di manutenzione ogni anno. Una cifra importante, che permette di mantenere elevati standard qualitativi e garantire sentieri sempre in perfette condizioni.
Ma il dato, da solo, dice poco. La domanda interessante non è quanto costa mantenere una rete di trail, bensì quale ricaduta economica riesca a generare quell’investimento.
Ogni euro speso nella manutenzione dei percorsi produce valore ben oltre il sentiero stesso. Contribuisce ad attirare visitatori, ad allungare la stagione turistica e a mettere in moto un’economia che coinvolge alberghi, rifugi, ristoranti, noleggi, negozi specializzati, guide e servizi.
È questo il parametro con cui, secondo D’Angelo, andrebbe valutato il turismo bike: non cercando un confronto diretto con lo sci, ma misurando la capacità di trasformare un investimento relativamente contenuto in benefici diffusi per l’intero territorio.
Una montagna che sta cambiando
Il cambiamento, però, non riguarda soltanto l’estate.
Durante la conversazione emerge una riflessione che va oltre il clima e tocca direttamente l’evoluzione della società.
D’Angelo racconta un episodio semplice ma significativo. Guardando le classi dei propri figli, in Trentino, ci si accorge che sono pochi i ragazzi che praticano davvero lo sci e analogamente succede nelal classe di mia figlia, altra zona dovelo sci ha un radicamento storico significati.
Un dato che fa riflettere.
Se cambiano le abitudini delle nuove generazioni, dovrà cambiare anche il modo di pensare la montagna invernale. Lo sci continuerà a rappresentare un pilastro fondamentale, ma probabilmente non potrà più essere l’unico elemento attorno al quale costruire un’intera destinazione.
Anche l’e-bike rientra in questo cambiamento. C’è ancora chi la considera un’alternativa agli impianti di risalita, ma la realtà racconta una storia diversa. All’interno di un bike park le due cose convivono perfettamente: la cabinovia permette di moltiplicare le discese, mentre la pedalata assistita offre maggiore libertà negli spostamenti e nell’esplorazione del territorio.
Più che concorrenti, sono strumenti complementari.
Prima viene la visione

Verso la fine della chiacchierata il discorso torna finalmente ai trail. Ma ormai è evidente che rappresentano soltanto l’ultimo tassello del progetto.
Una destinazione bike non nasce perché realizza bei sentieri. Nasce quando costruisce un’identità precisa, capisce quale pubblico vuole attrarre e sviluppa un’esperienza coerente con quella visione.
Solo dopo arrivano i percorsi.
È un approccio che richiede continuità e collaborazione. Troppi progetti prendono forma seguendo un bando o l’entusiasmo di una singola persona. Funzionano finché quella persona resta coinvolta, poi rischiano di fermarsi.
Le destinazioni più solide sono invece quelle che riescono a condividere strategie, dati, esperienze e obiettivi nel lungo periodo.
Da questo punto di vista, osserva D’Angelo, momenti di confronto come il Talk Paganella rappresentavano un’occasione preziosa per far dialogare amministratori, operatori turistici, trail builder, aziende e media. Perché è proprio dal confronto che nasce la capacità di fare sistema.
Alla fine della nostra conversazione ci rendiamo conto di aver parlato molto meno di trail di quanto immaginassimo.
E forse è proprio questa la lezione più interessante.
I sentieri sono la parte che il visitatore vede. La vera differenza, però, continua a farla tutto ciò che viene prima: la capacità di leggere il territorio, immaginarne il futuro e costruire una visione condivisa.
È questa, più di qualsiasi bike park, la vera forza della Paganella.