La ION Cup come occasione per tornare al “Luse”

Di Domobianca e dei suoi trail ci siamo già occupati. Qualche tempo fa siamo saliti al Lusentino con le bici e le telecamere per raccontare in un video il bike park, le sue piste e il tipo di riding che propone. Un video che trovate qui sotto e che vale la pena recuperare per capire, ancora prima delle parole, come sono costruiti e interpretati i trail del Luse.
La tappa della ION Cup ci ha dato l’occasione per tornare e fare qualcosa di diverso: non semplicemente raccontare le piste, ma provare a capire come sta crescendo il progetto Domobianca Bike Park e quale direzione abbia scelto per il proprio futuro.
Siamo sopra Domodossola, sulle pendici del Lusentino, anche se per chi frequenta queste montagne il nome è molto più semplice: il Luse.
Una realtà che negli ultimi anni abbiamo visto crescere e che merita attenzione proprio perché rappresenta bene uno dei temi affrontati più volte nei nostri approfondimenti sullo sviluppo del turismo legato alla mountain bike: per costruire una destinazione credibile non bisogna necessariamente essere in Trentino o in Valle d’Aosta, avere alle spalle una località internazionale o poter contare su budget enormi.
Servono però progettualità, una lettura corretta del proprio territorio e, soprattutto, la consapevolezza di ciò che si può realmente offrire ai biker.
Al Lusentino sembrano averlo capito. La sensazione, tornando a girare sui trail in occasione della ION Cup, è quella di una località che sta procedendo un passo alla volta, senza voler essere ciò che non è e cercando invece di costruire e rafforzare una propria identità.
Perché per crescere non serve necessariamente diventare grandi. Serve sapere dove si vuole andare.
Un bike park deve prima di tutto far divertire


Il primo elemento evidente è la qualità dei trail. Percorsi curati, costruiti seguendo una logica precisa e con quel giusto flow che permette a pubblici differenti di condividere lo stesso park.
Chi è alle prime armi può prendere confidenza con la bici, trovare linee leggibili e divertirsi senza avere continuamente la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di più grande delle proprie capacità. Chi invece vuole spingere può aumentare la velocità e, con essa, trovare fisicità, salti, compressioni e passaggi da interpretare in maniera differente.
In fondo è proprio questo che serve a un bike park moderno.
Non necessariamente trail estremi, ma percorsi capaci di cambiare carattere in funzione di chi li affronta. Una sponda può essere semplicemente percorsa oppure aggredita aumentando la velocità; un salto può diventare un elemento divertente per chi sta imparando e qualcosa di completamente diverso quando il livello cresce.
Sarà un caso che uno dei due trail builder abbia un passato in Paganella?
Probabilmente no, perché nella costruzione dei trail si riconosce proprio quella ricerca di fluidità e progressività che permette di ampliare il pubblico senza banalizzare l’esperienza.
Prima si impara, poi si spinge

Anche l’organizzazione del bike park segue questa filosofia. Le due seggiovie e la disposizione dei trail permettono di costruire la propria giornata per gradi, scegliendo non soltanto il livello di difficoltà ma anche la lunghezza delle discese.
All’inizio si prende confidenza. Poi si comincia ad aumentare il ritmo. Infine, se gambe e voglia lo permettono, si concatenano le sezioni e si portano a casa run decisamente più lunghe.
Sempre che si abbia voglia di farlo.
Perché nessuno obbliga a trasformare ogni discesa in una prova fisica. Si può tranquillamente continuare a girare sui tratti più flow, migliorare progressivamente e alzare la propria asticella un passo alla volta.
Le difficoltà ci sono, ma sono inserite in maniera armoniosa nel park. Se vuoi spingere trovi velocità e qualche passaggio da interpretare; se non ne hai voglia, segui il flow e porti comunque a casa una gran bella discesa.
È probabilmente uno degli aspetti più riusciti del progetto: dare al biker la possibilità di crescere senza costringerlo a farlo, mantenendo sempre la necessaria consapevolezza di ciò che si sta affrontando.
Federico Sciagatta: dai primi trail a un progetto da far crescere





Dietro questa evoluzione c’è anche la storia di Federico Sciagatta, responsabile di stazione, che quasi per caso si è trovato anni fa a tracciare i primi trail del Luse e che oggi deve confrontarsi con qualcosa di molto più complesso: la crescita di un vero bike park.
Ed è forse proprio questo passaggio a raccontare meglio di tanti altri la trasformazione di Domobianca.
Da qualche traccia realizzata pensando soprattutto alla voglia di girare in bici si è arrivati alla necessità di ragionare in termini di pubblico, manutenzione, sicurezza, progressione dei percorsi, eventi e capacità di accoglienza.
Sciagatta non nasconde la soddisfazione per i feedback ricevuti durante il weekend della ION Cup, soprattutto per un elemento: la presenza di molti giovani e di tanti rider che fino a quel momento non conoscevano Domobianca.
È proprio questo confronto con un pubblico nuovo a diventare uno strumento di crescita.
I riscontri positivi permettono di capire cosa sta funzionando, mentre l’arrivo di biker che non frequentano abitualmente il Luse offre un punto di vista differente rispetto a quello di chi conosce il park da anni. Un passaggio fondamentale per continuare a sviluppare il progetto in maniera consapevole e, soprattutto, per avere la conferma che la direzione intrapresa sia quella giusta.
Anche la scelta della ION Cup ha un senso

In questo percorso anche la scelta di ospitare la ION Cup appare coerente con l’identità che Domobianca sta costruendo.
Un circuito capace di fare numeri, ma con un’impostazione più rilassata rispetto alle competizioni esasperate, dove la gara rimane importante senza fagocitare tutto ciò che le sta intorno.
Un format che funziona particolarmente bene anche sul fronte della comunicazione, perché riesce a raccontare non soltanto la competizione ma anche la località che la ospita. E per una realtà come il Lusentino significa mettere il proprio bike park davanti a biker che magari ne hanno sentito parlare, ma non hanno ancora avuto l’occasione di venirci a girare.
La presenza di tanti giovani durante il weekend è probabilmente il risultato più interessante. Una bike area che vuole costruirsi un futuro ha bisogno proprio di questo: nuovi rider che arrivano, provano i trail, scoprono la località e magari decidono di tornarci.
Non solo trail: una giornata al Luse



C’è poi un altro elemento che spesso viene sottovalutato quando si parla dello sviluppo di una bike area: quello che succede quando si scende dalla bici.
Alla partenza degli impianti il Lusentino offre un’area raccolta e accogliente, con spazi dedicati ai bambini, attività per differenti fasce d’età, ristorazione e la possibilità di abbinare la giornata sui trail all’Adventure Park.
In pratica si può salire, girare in bici, lasciare spazio ai più piccoli, fare un giro tra gli alberi, mangiare due costine e tornare a casa tutti contenti.
Può sembrare un dettaglio, ma non lo è.
La mountain bike contemporanea è sempre meno un’attività isolata e sempre più parte di un’esperienza outdoor complessiva. Famiglie e gruppi hanno esigenze differenti e una località capace di offrire alternative anche a chi non vuole trascorrere otto ore sui pedali ha inevitabilmente qualche carta in più da giocare.
Alex Lupato: «Qui hanno capito cosa cercano i biker»

A confermare le nostre sensazioni c’è poi un punto di vista particolarmente interessante, quello di Alex Lupato, uno dei personaggi più conosciuti del panorama mountain bike italiano.
Lupato era al Lusentino per la ION Cup, alla quale ha partecipato anche il figlio, ma Domobianca non era per lui una scoperta assoluta.
«Abbiamo conosciuto Domobianca quasi per caso un paio di anni fa. Cercavamo un bike park non troppo lontano da casa dove trascorrere una giornata tranquilla e divertirci. Ci era piaciuto subito perché le piste erano ben lavorate, con tante sponde e salti, senza però essere eccessivamente impegnative».
Tornandoci, Lupato ha soprattutto notato l’evoluzione del progetto.
«In questi due anni il bike park è cresciuto molto. Sono arrivati nuovi tracciati e nuove sezioni, sempre molto lavorate e divertenti. Tra la parte alta e quella bassa si possono scegliere discese più corte oppure concatenarle e ottenere run decisamente più lunghe».
Ed è interessante che anche il suo giudizio finisca per concentrarsi proprio sull’accessibilità e sulla capacità del park di rivolgersi a biker differenti.
«Non ci sono passaggi particolarmente estremi e questo permette a tante persone di divertirsi. Personalmente aggiungerei anche una pista più naturale e tecnica, perché è il tipo di riding che preferisco, ma è evidente che oggi tanti biker cercano soprattutto sponde, salti e flow. E qui ne trovano davvero tanto».
Il suo punto di vista è interessante anche perché arriva da chi il mondo della mountain bike lo conosce da una prospettiva privilegiata, ma in questo caso ha vissuto il Luse anche come genitore. Ed è proprio Lupato a sottolineare un altro aspetto della località: la possibilità di trascorrere una giornata nella quale la bici non debba necessariamente essere l’unica protagonista.
Piccoli non significa senza ambizioni

È probabilmente questa la parte più interessante della storia di Domobianca.
Il Lusentino non deve diventare la nuova Whistler e non avrebbe alcun senso provarci. Non ha bisogno nemmeno di imitare le grandi destinazioni del Trentino o della Valle d’Aosta.
Deve essere il Luse.
Una bike area relativamente piccola, sopra Domodossola, che conosce i propri limiti ma anche le proprie possibilità e che sta costruendo un’identità attraverso investimenti progressivi, trail pensati con criterio, eventi coerenti con il proprio pubblico e un’offerta capace di andare oltre la semplice risalita in seggiovia.
È un concetto che ritorna spesso quando analizziamo lo sviluppo del turismo mountain bike: non è la dimensione a determinare automaticamente il successo di una destinazione, ma la qualità della progettualità.
Bisogna capire cosa si ha, sapere a chi ci si vuole rivolgere e scegliere con attenzione quale debba essere il passo successivo.
Al Lusentino stanno facendo esattamente questo.
E forse il dato più significativo non è soltanto che un rider come Alex Lupato venga a girare al Luse. È che Lupato ci fosse con suo figlio, che tanti ragazzi abbiano scoperto Domobianca grazie alla ION Cup e che i feedback raccolti da Sciagatta raccontino una località capace di intercettare proprio quel pubblico sul quale costruire il futuro.
Perché per far crescere una bike area non servono necessariamente montagne più alte, impianti più grandi o budget fuori scala.
Servono una direzione, il tempo per seguirla e la capacità di non perdere di vista ciò che vogliono davvero i biker.