Noi giornalisti e addetti ai lavori abbiamo spesso un problema: siamo troppo dentro al mondo MTB. Parliamo di geometrie, cinematismi, coppia, potenza, peso, setup, gare, rider e novità tecniche dando per scontato che siano gli stessi argomenti che interessano a chiunque salga su una mountain bike. Ma basta uscire un po’ dalla nostra bolla per accorgersi che non è necessariamente così.
La MTB, e ancora di più l’e-MTB, può essere interpretata in molti modi diversi. Per qualcuno è sport, per altri ricerca della prestazione, per altri ancora tecnica e adrenalina. Ma esiste un pubblico molto più ampio che sulla bici cerca soprattutto qualcosa di estremamente semplice: andare a fare un bel giro, scoprire posti nuovi e farlo in compagnia.
Per provare a capire meglio questo mondo abbiamo chiesto aiuto a Mingus, collaboratore di 365MTB ma soprattutto organizzatore di uscite con un gruppo di appassionati. Una posizione privilegiata perché gli permette di osservare l’e-biker non attraverso le lenti dell’industria, delle competizioni o dei media specializzati, ma nel momento forse più autentico: quando deve decidere dove andare a pedalare la domenica.
E quello che emerge è un piccolo spaccato del mondo e-MTB che vale la pena raccontare.
Prima del dislivello viene la compagnia

Si potrebbe immaginare che chi entra in un gruppo cerchi immediatamente percorsi più tecnici, grandi dislivelli o qualcuno con cui alzare il proprio livello di guida. Succede, naturalmente. Ma non è questa la motivazione principale.
«Un biker che si avvicina al mio gruppo cerca principalmente qualcuno che gli faccia fare un giro, qualcuno che conosca il percorso e con cui stare in compagnia», racconta Mingus.
Sembra una considerazione banale, ma cambia parecchio la prospettiva.
Il valore del gruppo non è soltanto quello di mettere insieme persone con la stessa passione. È anche quello di togliere una serie di problemi a chi vuole semplicemente pedalare: scegliere il percorso, capire se sia adatto alle proprie capacità, orientarsi, conoscere nuovi sentieri e non trovarsi da soli in un posto sconosciuto.
Molti scaricano le tracce, per esempio, ma questo non significa necessariamente che sappiano utilizzarle. Mingus racconta che diversi biker hanno difficoltà con GPS e dispositivi di navigazione, tanto da aver deciso di organizzare serate dedicate all’utilizzo di Garmin, Bryton e degli altri strumenti.
Anche questo racconta qualcosa del fenomeno e-bike: possedere una bici tecnologicamente evoluta non significa automaticamente avere una cultura ciclistica altrettanto evoluta.
La gara? Per molti è un altro pianeta
C’è poi un altro elemento interessante per chi, come noi, vive quotidianamente immerso nella MTB.
Le competizioni.
Noi seguiamo gare, risultati, rider, team e materiali utilizzati dagli atleti. Discutiamo del livello raggiunto dai professionisti e inevitabilmente utilizziamo quel mondo anche come riferimento per raccontare biciclette e componenti.
Ma quanto interessa tutto questo all’e-biker della domenica?
Molto meno di quanto potremmo immaginare.
Secondo l’esperienza di Mingus, per la maggior parte delle persone che frequentano il suo gruppo il mondo delle competizioni è sostanzialmente sconosciuto. Non solo quelle e-MTB: anche le competizioni della MTB tradizionale entrano raramente nelle conversazioni.
È forse uno degli aspetti più interessanti di questo piccolo esperimento sociologico.
Una parte del pubblico e-MTB sembra essere entrata nel ciclismo senza passare attraverso quella cultura sportiva che per decenni ha accompagnato la bicicletta. Non necessariamente conosce i campioni, non segue le gare e non costruisce la propria identità di biker attraverso il confronto con il professionismo.
Eppure pedala. Compra biciclette. Guarda video. Cerca percorsi. Si informa.
Semplicemente lo fa attraverso riferimenti differenti.
Se non sono le gare a influenzare, chi lo fa?
La risposta è piuttosto prevedibile: creator, influencer, YouTube, social network.
Qui l’influenza è forte, soprattutto nella scelta della bicicletta e, in misura minore, dei percorsi. E Mingus può dirlo sorridendo, visto che in qualche modo fa parte anche lui di quel sistema.
È un passaggio interessante perché mostra come sia cambiato il processo attraverso il quale si forma l’opinione di un appassionato.
Il campione che vince una gara continua ad avere un peso nell’immagine di un marchio, ma per una parte di questo pubblico può essere molto più influente qualcuno che utilizza quella stessa bici durante un’uscita apparentemente normale, raccontandone pregi e difetti con un linguaggio vicino a quello dell’utente.
Non sorprende quindi che test e tutorial siano contenuti molto seguiti.
Il biker vuole vedere la bici nel suo ambiente, capire come funziona e soprattutto trovare informazioni che possano essergli utili direttamente. Il tutorial su come affrontare un passaggio, regolare la bici o migliorare la propria guida può avere un’utilità percepita superiore al risultato di una gara internazionale.
Il marchio conta. Ma il motore forse ancora di più

Pensare però che questo pubblico sia completamente disinteressato alla tecnologia sarebbe un errore.
Il blasone del marchio continua a contare parecchio. Ma nell’e-MTB è entrato un secondo brand, quasi indipendente da quello scritto sul tubo obliquo: quello del motore.
Nel gruppo seguito da Mingus questo aspetto è particolarmente evidente anche per la provenienza di molti partecipanti. Diversi arrivano dal mondo della moto, soprattutto enduro e trial, e portano con sé una sensibilità molto precisa verso le prestazioni del mezzo.
La domanda diventa quindi: che motore monta?
Potenza, coppia e comportamento dell’unità diventano caratteristiche capaci di orientare l’acquisto. Mingus cita un fenomeno molto attuale che vede direttamente nel suo gruppo: la corsa verso biciclette equipaggiate con DJI Avinox, percepito da molti come uno dei riferimenti del momento in termini di prestazioni.
È una dinamica particolare dell’e-bike. Nella MTB tradizionale il telaio è quasi sempre il centro dell’identità del mezzo; nell’e-MTB il sistema motore-batteria può diventare altrettanto importante, se non addirittura prevalente nella scelta.
La batteria e l’ansia dell’autonomia

E poi c’è lei: la batteria.
La capacità è uno degli argomenti che attirano maggiormente l’attenzione. Più Wh significano, almeno nella percezione immediata, più chilometri, più dislivello e soprattutto meno possibilità di rimanere senza assistenza.
Ma dietro alla corsa alla batteria sempre più grande c’è forse qualcosa di ancora più interessante.
Mingus racconta di persone arrivate all’e-MTB senza avere praticamente esperienza della bicicletta tradizionale. Per loro il riferimento non è necessariamente il ciclista abituato a gestire energie e ritmo. L’e-bike è semplicemente la loro bicicletta.
Di conseguenza il ragionamento può diventare molto vicino a quello che faremmo con un veicolo a motore: maggiore autonomia significa maggiore libertà.
È facile, da appassionati esperti, liquidare questa ricerca come eccessiva. Ma probabilmente sarebbe un errore. Perché significa giudicare l’e-biker utilizzando i parametri del biker tradizionale, mentre una parte del pubblico elettrico sta costruendo parametri propri.
La tecnologia aiuta, la tecnica rimane
C’è però un punto sul quale motore e batteria non possono fare miracoli.
La capacità di guidare una mountain bike.
Quando si organizzano uscite di gruppo, Mingus si trova anche davanti a persone entusiaste di partecipare ma prive della preparazione necessaria per affrontare determinati percorsi.
Ed è qui che emerge uno dei paradossi dell’e-MTB moderna.
Una bici estremamente capace permette di arrivare facilmente in luoghi che, fino a pochi anni fa, avrebbero richiesto un livello importante di allenamento. Ma avere il motore necessario per raggiungere la cima non significa possedere automaticamente la tecnica necessaria per affrontare quello che viene dopo.
Per questo Mingus racconta di dover fare talvolta dei piccoli test prima di inserire una persona in determinate uscite. Quando il livello non è sufficiente, il consiglio è quello di rivolgersi a un istruttore MTB e acquisire almeno le basi della guida.
Non è selezione del gruppo. È sicurezza.
Ed è probabilmente un tema sul quale tutto il settore e-MTB dovrà lavorare sempre di più: la crescita delle prestazioni dei mezzi deve essere accompagnata dalla crescita delle capacità di chi li utilizza.
Forse l’e-biker non vuole diventare un biker come lo immaginiamo noi

Alla fine, lo spaccato che emerge dalle uscite di Mingus è interessante proprio perché mette in discussione alcuni dei nostri riferimenti.
Naturalmente non esiste “l’e-biker”. Ci sono rider molto preparati che cercano tecnica, dislivello e prestazione, così come appassionati provenienti da decenni di MTB tradizionale. Ma accanto a loro è cresciuto un pubblico differente.
Persone che magari non conoscono i protagonisti della Coppa del Mondo, ma sanno perfettamente quale motore desiderano sulla prossima bici. Che non hanno mai pedalato su una MTB muscolare, ma confrontano la capacità delle batterie. Che guardano più facilmente un tutorial di guida che una gara. Che comprano un mezzo estremamente evoluto ma possono avere difficoltà a seguire una traccia GPS.
E soprattutto persone che, quando cercano un gruppo, spesso non stanno chiedendo né KOM, né numeri da record, né passaggi estremi.
Stanno chiedendo: dove andiamo domenica?
Forse è proprio questo l’aspetto che noi addetti ai lavori rischiamo più facilmente di dimenticare. Continuiamo a osservare l’e-MTB attraverso prestazioni, tecnologia e competizione perché sono strumenti utili per raccontarla. Ma fuori dalla nostra bolla la bicicletta elettrica sta creando una cultura in parte nuova, contaminata dalla moto, dai social, dalla tecnologia e da persone che arrivano al fuoristrada seguendo percorsi completamente diversi da quelli del biker tradizionale.
E non c’è necessariamente un modo più corretto degli altri di vivere la MTB.
C’è chi vuole abbassare il tempo sul proprio trail preferito, chi vuole superare quel passaggio che fino a ieri faceva a piedi, chi vuole accumulare duemila metri di dislivello.
E poi c’è chi vuole semplicemente qualcuno che conosca la strada.
Perché alla fine, elettrica o muscolare che sia, forse una delle interpretazioni più semplici della mountain bike rimane anche una delle più belle: scoprire un posto nuovo e avere qualcuno con cui condividerlo.