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Alpe Vannino in e-bike: dove la Val Formazza diventa pura montagna

Un itinerario in e-bike da Canza all’Alpe Vannino e al Rifugio Margaroli, nel cuore della Val Formazza. Una salita impegnativa ma spettacolare conduce a oltre 2.100 metri, davanti alle acque del Lago Vannino. Un viaggio tra paesaggi alpini, cultura Walser, storia della diga e grandi spazi d’alta quota.


C’è un punto in cui la Val Formazza smette di essere una valle

E diventa semplicemente montagna.

Roccia modellata dal vento, guglie, acqua, ghiacciai e grandi spazi dove la presenza dell’uomo sembra quasi un dettaglio. È questa la Val Formazza che cerchiamo nel nuovo giro di Mingus Matera: quella più alta, severa e affascinante, dove la cultura Walser ha lasciato un’impronta che ancora oggi si legge nelle case, negli alpeggi e in un modo antico di abitare la montagna.

E poi c’è lei, compagna di mille avventure: la due ruote.

Muscolare o assistita poco importa. Ci sono giornate in cui la bicicletta è soprattutto uno strumento per andare più lontano, per guadagnare quota e raggiungere luoghi nei quali la natura sembra essersi divertita a esagerare con le suggestioni.

L’Alpe Vannino è uno di questi.

Si sale da Canza, si lascia lentamente alle spalle il fondovalle e si entra in un ambiente che cambia curva dopo curva, fino a quando compare il blu.

È il Lago Vannino.

E a quel punto viene spontaneo fermarsi.

Da Canza verso l’alto

Il nostro viaggio comincia a Canza, a circa 1.400 metri di quota, uno degli insediamenti più alti della Val Formazza e una delle testimonianze della presenza Walser nella valle.

Qui le antiche costruzioni in legno di larice raccontano ancora l’adattamento dell’uomo a un territorio dove per secoli vivere ha significato conoscere perfettamente neve, boschi, pascoli e stagioni. Il paese porta con sé anche una pagina dolorosa della storia recente: nel 1951 una valanga colpì duramente l’abitato provocando diverse vittime.

È da qui che mettiamo le ruote sulla lunga pista che sale verso il Vannino.

La direzione è quella dell’Alpe Vannino e del Rifugio Margaroli.

Non è una salita da prendere sottogamba.

I primi tornanti guadagnano quota nel bosco e le pendenze, in alcuni punti, chiedono gambe e gestione. Con una e-bike diventano più accessibili, ma non per questo banali: fondo, pendenza e durata consigliano comunque esperienza nella conduzione e una buona gestione della batteria.

Superata la prima parte, il paesaggio comincia ad aprirsi.

Il bosco lascia progressivamente spazio al vallone e la montagna cambia faccia. La pista attraversa il lungo pianoro del Vannino, costeggiando il torrente, e prosegue verso la parte superiore della valle. È uno di quei momenti in cui si capisce perché siamo saliti fin quassù: il rumore del fondovalle è ormai lontano e davanti rimangono acqua, pascoli e pareti.

Il Margaroli e quella sensazione di essere arrivati altrove

Poi la pista riprende quota.

Ancora qualche sforzo e, a 2.194 metri, raggiungiamo il Rifugio Eugenio Margaroli.

La sua posizione è straordinaria: sorge su un dosso che domina il bacino del Vannino, in uno dei grandi scenari dell’alta Formazza. Il rifugio attuale venne realizzato dai volontari della sezione CAI di Domodossola e inaugurato nel 1980; è dedicato alla memoria della guida alpina Eugenio Margaroli.

È un punto d’arrivo, certamente.

Ma guardando la carta si capisce subito che può essere soprattutto un punto di partenza.

Da qui la montagna continua in ogni direzione. Verso laghi, passi, alpeggi e itinerari che si spingono ancora più in alto, in quella terra di mezzo tipica dell’alta Formazza dove le distanze sembrano dilatarsi e, spesso, ad accompagnarci rimane soltanto il nulla.

Un nulla tutt’altro che vuoto.

È fatto di vento, acqua, silenzio e luce.

E davanti al rifugio c’è il Vannino.

Lago Vannino, un azzurro a 2.177 metri

Il Lago Vannino si trova a 2.177 metri di quota ed è dominato dalle Torri del Vannino.

Il colpo d’occhio è potente.

L’acqua cambia colore insieme al cielo: azzurro, blu profondo, a volte quasi metallico quando arrivano le nuvole. Attorno, la geometria irregolare delle montagne chiude il bacino e restituisce quella sensazione tipica dei grandi laghi alpini: essere arrivati in un luogo separato dal resto del mondo.

Ma quello che vediamo oggi non è soltanto il risultato della natura.

Il Vannino era originariamente un lago naturale. All’inizio del Novecento venne trasformato in un serbatoio idroelettrico attraverso la costruzione di uno sbarramento, realizzato tra il 1917 e il 1921. La diga, secondo i dati storici disponibili, misura circa 120 metri di lunghezza e 23 di altezza e ha portato la capacità del bacino a circa 9,54 milioni di metri cubi d’acqua.

Quando l’acqua della montagna diventò energia

Per capire davvero il Vannino bisogna guardarlo anche con gli occhi di chi, più di un secolo fa, vide nell’acqua delle vallate alpine una gigantesca riserva di energia.

La diga modificò il lago naturale trasformandolo in un serbatoio destinato alla produzione idroelettrica.

Le sue acque alimentano infatti il sistema collegato alla centrale di Ponte e nel bacino vengono convogliate anche acque provenienti da altri laghi in quota, tra cui lo Sruer, conosciuto anche come Obersee, e il Busin Inferiore.

È uno degli aspetti più interessanti del paesaggio formazzino.

Quassù natura e ingegneria convivono da oltre cent’anni. Il disegno dei bacini, delle condotte e degli sbarramenti racconta una stagione nella quale l’acqua delle Alpi diventò una risorsa fondamentale per la produzione di energia.

E il Vannino conserva perfettamente questa doppia anima.

Da una parte le montagne e i ghiacciai del gruppo dell’Arbola, le cui acque alimentano questo sistema di laghi e ripiani glaciali; dall’altra una delle grandi opere con cui l’uomo ha imparato a utilizzare quella stessa acqua.

Non si gira intorno al lago. Ed è quasi meglio così

Arrivati al Vannino, la tentazione sarebbe quella di completare l’anello attorno al bacino.

In bicicletta, però, un vero giro completo del lago non è l’obiettivo di questa escursione.

La nostra traccia prosegue invece lungo il sentiero che permette di cambiare prospettiva e avvicinarsi alla parte più selvaggia del bacino.

È il momento di rallentare.

La bici, qui, smette ancora una volta di essere soltanto un mezzo con cui macinare chilometri. Diventa il pretesto per esplorare.

Ci si allontana dalla diga, il Margaroli cambia posizione alle nostre spalle e il lago assume forme nuove. Basta spostarsi di poche centinaia di metri perché la fotografia sia completamente diversa.

Ed è forse questo il modo migliore di conoscere il Vannino.

Non conquistarlo.

Guardarlo.

Il torrente Vannino e la lunga strada dell’acqua

C’è anche un dettaglio geografico che vale la pena mettere a fuoco.

Il corso d’acqua che prende il nome di torrente Vannino è l’emissario del lago, non il suo principale immissario. Dal bacino scende verso valle fino a confluire nel Toce in corrispondenza di Valdo. Il lago raccoglie invece le acque provenienti dall’alta conca, comprese quelle che scendono dal sovrastante Lago Sruer/Obersee.

È un piccolo particolare, ma racconta bene l’intero viaggio.

L’acqua che vediamo immobile davanti alle Torri del Vannino, infatti, è solo apparentemente ferma.

Arriva dalla neve, dai ghiacciai e dai laghi superiori. Entra nel grande sistema idroelettrico. Riprende la sua corsa verso il fondovalle.

E continua il viaggio.

Poi bisogna tornare

Prima o poi arriva il momento di girare la bici.

Si torna al Margaroli, si ritrova la pista e si comincia a perdere tutta la quota conquistata durante la salita.

Ma la discesa non è semplicemente il viaggio al contrario.

La prospettiva cambia continuamente. Quello che durante la salita era alle nostre spalle ora riempie lo sguardo. Il vallone si apre davanti alla ruota, il bosco torna ad avvicinarsi e, curva dopo curva, ricompaiono i segni della presenza umana.

Fino a Canza.

La stessa da cui eravamo partiti.

Eppure qualcosa è cambiato.

Perché ci sono escursioni che ricordiamo per i chilometri, altre per il dislivello e altre ancora per la difficoltà.

Il Vannino appartiene a un’altra categoria.

È uno di quei luoghi che ricordiamo per un colore.

Quell’azzurro incontrato a oltre duemila metri, dopo una lunga salita, quando davanti alla ruota la Val Formazza ha smesso di essere una valle ed è diventata, semplicemente, montagna.


Scheda del percorso

Itinerario: Canza – Alpe Vannino – Rifugio Margaroli – Lago Vannino – ritorno a Canza
Partenza: Canza, Val Formazza
Quota Rifugio Margaroli: 2.194 m
Quota Lago Vannino: 2.177 m
Tipologia: andata e ritorno
Fondo: prevalentemente pista agro-silvo-pastorale/sterrata nella salita principale, con tratti più impegnativi
Bici consigliata: e-MTB; possibile con MTB muscolare per ciclisti allenati
Caratteristiche: salita lunga, pendenze significative in alcuni settori, ambiente di alta montagna
Punto panoramico: Lago Vannino e area del Rifugio Margaroli
Attenzione: condizioni del fondo e meteo in alta montagna possono cambiare rapidamente. Il percorso va affrontato con equipaggiamento, autonomia e capacità di guida adeguati.




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