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Il gravel, la MTB anni Novanta e il potere evocativo della comunicazione

Perché il gravel cresce mentre la MTB tradizionale fatica? Forse non è una questione di tecnologia, motori o batterie, ma di ciò che una bicicletta riesce a farci immaginare. Dal fascino eterno del ciclismo su strada alla MTB degli anni ’90, fino al fenomeno gravel: un viaggio nell’avventura, nella libertà e nel potere della comunicazione di farci venire voglia di partire.


A Misano la vera protagonista era lei: la gravel. Era difficile girarsi senza trovarne una. Ogni marchio sembrava averne almeno una in bella vista e persino aziende nate elettriche, o comunque cresciute intorno a mondi apparentemente lontani dal gravel, avevano qualcosa da mostrare. Modelli a catalogo, novità 2027, prototipi, nuove interpretazioni.

È difficile negarlo: il gravel è uno dei grandi fenomeni ciclistici degli ultimi anni. Un po’ strada, un po’ mountain bike, un po’ viaggio e parecchio fashion. Ha preso ingredienti che esistevano già da decenni, li ha mescolati con grande intelligenza e, soprattutto, ha saputo vestirli di un immaginario nuovo.

I colori della terra e della natura, l’abbigliamento vagamente rétro, le borse legate al telaio, le strade bianche, il caffè preparato in mezzo al nulla, la polvere, i boschi. E, sopra ogni cosa, quella sensazione di libertà che la bicicletta riesce a evocare come pochi altri oggetti.

Tutto perfettamente coordinato, naturalmente. Potremmo persino sorriderne, ma sarebbe un errore, perché funziona.

Funziona al punto che, in un’epoca nella quale continuiamo a raccontarci che nessuno abbia più voglia di fare fatica, uno dei segmenti più vitali del ciclismo ha messo al centro una bicicletta nata per macinare chilometri. Una bici che, oltretutto, non è neppure particolarmente confortevole se confrontata con una moderna full suspension.

Eppure piace. Molto.

Forse dovremmo chiederci perché.

Le gravel sono diventate grandi

Una presentaizne originale per la nuova Scott Addict gravel

Nel frattempo anche le gravel sono cresciute, e in tutti i sensi. Le prime erano spesso bici da strada un po’ riviste oppure ciclocross ingentilite. Oggi gomme, geometrie, passaggi ruota e soluzioni tecniche le hanno trasformate profondamente, al punto che guardandone alcune viene quasi spontaneo pensare alle mountain bike degli anni Novanta.

Solo con i freni a disco e il manubrio ricurvo.

Ed è proprio qui che il discorso diventa interessante, perché forse il successo del gravel non ci sta raccontando soltanto qualcosa sul gravel. Ci sta ricordando qualcosa sulla bicicletta e sul motivo per cui, ancora oggi, continuiamo a desiderarla.

Chi sceglie una bici non compra soltanto un mezzo. Compra la possibilità di partire.

Compra avventura, libertà, esplorazione. Compra, prima ancora dei chilometri che percorrerà davvero, quelli che immagina di poter percorrere.

La strada non ha mai smesso di raccontare il viaggio

Pensiamo per un momento al mondo road, apparentemente il settore più lontano da questo ragionamento. È agonismo allo stato puro: grandi Tour, Classiche Monumento, campioni planetari, squadre strutturate, budget enormi, performance esasperata.

Eppure la strada non ha mai smesso di raccontare il viaggio, perché una gara su strada non vive dentro un recinto: attraversa un territorio.

Chi guarda il Giro d’Italia o il Tour de France guarda certamente una competizione, ma contemporaneamente vede il mondo passargli davanti. Paesi, montagne, campagne, castelli, coste, città. Il territorio non è semplicemente lo sfondo della gara: ne diventa uno dei protagonisti e, attraverso quelle immagini, chi guarda comincia inevitabilmente a immaginare di andarci.

I corridori diventano così una specie di Ulisse contemporanei su due ruote. Attraversano migliaia di chilometri, affrontano il freddo delle Fiandre, il caldo delle tappe francesi, il pavé, il vento, la pioggia, i passi alpini e dolomitici. E soprattutto percorrono strade sulle quali, il giorno dopo, possiamo passare anche noi.

Possiamo pedalare sul pavé della Roubaix, affrontare i muri del Fiandre, salire sullo Stelvio, sul Galibier o sul Tourmalet. Possiamo percorrere le strade della Milano-Sanremo e vivere, a modo nostro, quello straordinario rito primaverile che parte dalle città del Nord ancora vestite d’inverno e corre verso il mare. Poi arrivano la Riviera, i colori, il Poggio e quella sensazione che, quasi più del calendario, ogni anno ci dica che la bella stagione sta tornando.

Non saremo mai quei campioni, ma possiamo attraversare gli stessi luoghi. Possiamo arrivare su quel passo, mettere le ruote su quelle pietre, riconoscere quella curva vista cento volte in televisione e pensare: qui sono passati anche loro.

È una differenza enorme rispetto a molti altri sport.

La strada ha conservato questo straordinario potere evocativo. Il suo campione non è soltanto un atleta: è qualcuno che parte da un posto e arriva in un altro attraversando il mondo. E noi, guardandolo, viaggiamo un po’ con lui.

Poi arrivò la mountain bike

Cosa vi ricorda?

La mountain bike nasce facendo qualcosa di ancora più potente: allarga i confini di quel mondo.

La sua mitologia fondativa è meravigliosa proprio per questo. Ragazzi un po’ fricchettoni prendono biciclette improbabili, modificano telai e componenti nei garage, salgono su una collina dove con una bici da strada non sarebbero mai andati e poi, semplicemente, scendono.

Da quel momento cambia tutto.

Le strade bianche, i sentieri, i boschi, le montagne e tutti quei luoghi che prima erano fuori dalla mappa ciclistica diventano improvvisamente percorribili. Non c’è più soltanto la strada che unisce due punti: adesso possiamo prendere quella traccia che sparisce nel bosco e scoprire dove porta.

La MTB non nasce perché qualcuno aveva bisogno di una ruota di una determinata dimensione.

Nasce perché qualcuno voleva andare oltre.

Ed è quella promessa, molto più di qualsiasi soluzione tecnica, ad aver conquistato milioni di persone.

Io sono una di quelle. Non so quanti avrebbero mai immaginato di salire seriamente su una bicicletta e, grazie alla mountain bike, qualche anno dopo si sono ritrovati persino in tutina di Lycra a scalare un passo. Io sì.

La MTB era una porta d’ingresso straordinaria perché raccontava qualcosa di immediatamente comprensibile anche a chi di biciclette non sapeva nulla: avventura, natura, fango, scoperta, libertà. Poi c’era quel pizzico di agonismo che aggiungeva adrenalina, alzava il livello della sfida e ci faceva venire voglia di andare un po’ più forte.

Ma prima veniva il sogno.

La tecnologia arrivava dopo.

Quando abbiamo iniziato a raccontare la bicicletta partendo dalla scheda tecnica?

A un certo punto qualcosa è cambiato. Sono cambiate le gare e, insieme a loro, è cambiata anche una parte della comunicazione della mountain bike.

Abbiamo cominciato a discutere soprattutto di diametri delle ruote, escursioni, standard, geometrie, cinematismi. Poi sono arrivati motori, batterie, coppia, autonomia, firmware. Tutte cose importanti, naturalmente, e interessantissime per noi appassionati che possiamo passare una serata a discutere di millimetri, angoli e componenti.

Ma quanto riescono questi argomenti a scaldare il cuore di qualcuno che una mountain bike ancora non ce l’ha?

Quanto fanno sognare?

Il gravel, paradossalmente, ha preso molti dei concetti sui quali la MTB aveva costruito la propria fortuna e li ha rimessi al centro della scena. Esplorazione, viaggio, natura, avventura. Li ha semplicemente vestiti in maniera più contemporanea, rilassata e cool.

Diciamo spesso che il gravel comunica benissimo. Forse sarebbe più corretto dire che il gravel ha ricominciato a comunicare come comunicava la mountain bike quando la mountain bike faceva innamorare le persone.

E allora la domanda diventa inevitabile. Se davvero viviamo in un’epoca nella quale le persone non vogliono più fare fatica, perché il mondo road continua a tenere, il gravel cresce e la mountain bike tradizionale fatica?

Forse il problema non è la fatica.

Forse abbiamo semplicemente smesso di spiegare per quale motivo valga la pena farla.

Non vendiamo fatica. Vendiamo il motivo per farla

Una salita fa male con qualsiasi bicicletta. Ma se in cima a quella salita c’è un passo dolomitico, un panorama, una storia, un luogo che hai visto cento volte al Giro, allora quella fatica cambia significato.

Non stai più soltanto producendo watt. Stai andando da qualche parte.

Le persone accettano fatiche enormi quando dietro c’è un’esperienza capace di giustificarle. Corrono maratone, scalano montagne, pedalano per centinaia di chilometri. Non perché amino necessariamente soffrire, ma perché dall’altra parte di quella fatica c’è qualcosa che desiderano vivere.

Il punto, quindi, non è eliminare la fatica.

È dare un senso alla fatica.

Il gravel questo lo ha capito benissimo. La strada, in fondo, non lo ha mai dimenticato. La MTB invece, almeno in parte, sembra aver perso il filo del racconto.

Non ovunque, naturalmente. L’all mountain aveva già riportato al centro proprio questa idea: partire, salire, attraversare una montagna e scendere dall’altra parte. La bici tornava a essere uno strumento per esplorare anziché soltanto un attrezzo sportivo. Forse quella era una strada da seguire ancora di più, perché esplorare dovrebbe tornare a essere uno dei grandi motori della mountain bike.

Anche il racing dovrebbe ricordarselo

Percorsi molto spettacolari,ma che vedono la natura come cornice, non come protagonista

E forse qualche domanda dovrebbe farsela anche il mondo race.

L’XC moderno è velocissimo, spettacolare, atleticamente impressionante. Gli atleti fanno cose che vent’anni fa sarebbero sembrate impossibili e non avrebbe senso negare quanto sia cresciuto tecnicamente lo spettacolo.

Ma c’è un rischio: quello di diventare terribilmente asettico.

Un circuito di pochi chilometri, tecnicamente perfetto, costruito per il pubblico e per la televisione, ripetuto continuamente può finire per trasformare la mountain bike in una corsa dentro una gabbia. Una gabbia bellissima, spettacolare, difficilissima, ma pur sempre una gabbia.

E allora la domanda non è se l’XC sia spettacolare. Lo è.

La domanda è un’altra: è ancora evocativo?

Un bambino che guarda quella gara pensa: voglio diventare forte come quel campione, oppure pensa anche: voglio prendere una bicicletta e andare a vedere cosa c’è dietro quella montagna?

Perché quella seconda parte era la magia.

E oggi, paradossalmente, abbiamo una tecnologia che potrebbe permetterci di recuperarla. Un drone può inseguire un rider dentro un bosco a cinquanta all’ora, le camere sono diventate minuscole, una e-bike può seguire gli atleti portando attrezzatura video, le trasmissioni remote permettono di raccontare luoghi che fino a pochi anni fa sarebbero stati quasi impossibili da coprire.

Allora perché non tornare a immaginare anche gare epiche?

Un rider che attraversa passi dolomitici, boschi e vallate. Una competizione che non racconta soltanto chi va più forte, ma anche il territorio che sta attraversando. Un’avventura sportiva nella quale la montagna torni a essere protagonista insieme all’atleta.

Non servono necessariamente venti moto e tre elicotteri. La tecnologia, questa volta, potrebbe essere utilizzata non per cambiare ancora la bicicletta, ma per tornare a raccontarla.

E forse sarebbe una delle innovazioni più interessanti degli ultimi anni.

La batteria al plutonio non basta

Continuiamo invece a cercare l’ennesima rivoluzione tecnica. Una ruota diversa, qualche millimetro in più, un nuovo standard, un motore più potente, una batteria sempre più grande, fino alla futura e inevitabile batteria al plutonio.

Sono innovazioni che possono rendere una bicicletta migliore. Alcune cambiano davvero il modo in cui pedaliamo e sarebbe sciocco negarlo.

Ma raramente fanno venire voglia di prendere una bicicletta a chi non ce l’ha.

Una persona può innamorarsi dell’idea di attraversare le Dolomiti. Difficilmente si innamora di una tabella con scritto 800 Wh.

Ed è qui che comunicazione e prodotto tornano a incontrarsi.

Mi è piaciuta, per esempio, la nuova campagna della Spark DC. L’ho anche scritto a chi l’ha realizzata. Mi è piaciuta perché torna a mettere al centro l’esperienza, raccontando un tour, un viaggio, qualcosa che viene voglia di vivere.

Verrebbe quasi da dire che comunica “in stile gravel”.

Ma sarebbe sbagliato.

Sta semplicemente tornando a comunicare in stile mountain bike.

Quelle emozioni, infatti, non appartengono al gravel. Il gravel è stato semplicemente molto bravo a recuperarle, reinterpretarle, vestirle bene e rimetterle davanti ai nostri occhi.

Erano già nostre.

Prima il sogno, poi la bicicletta

La comunicazione delle nuove Down Countryi sembra ritornare al concetto avventuroso della MTB

Forse dovremmo allora smettere per un momento di chiederci quale sarà la prossima evoluzione della bicicletta e tornare a domandarci perché qualcuno dovrebbe desiderare di salirci sopra.

La bici da strada, nella sua essenza, è uguale a se stessa da un tempo infinito: due ruote, un telaio, un manubrio ricurvo. Certo, oggi è infinitamente più sofisticata. Carbonio, elettronica, aerodinamica, dischi, integrazione. Ma non è questo che fa alzare milioni di persone per guardare una tappa del Tour, e non è questo che porta qualcuno a spendere le ferie per andare sullo Stelvio.

Non sono i watt.

È quello che quella bicicletta rappresenta.

La possibilità di partire.

Il gravel lo ha capito e ha costruito intorno a quella possibilità un immaginario potentissimo. La mountain bike quell’immaginario lo aveva inventato, o quantomeno portato in una dimensione completamente nuova.

Forse dovrebbe semplicemente ricordarselo.

Meno ossessione per l’ennesima rivoluzione tecnica e meno paura che le persone non vogliano più faticare. Meno criceti dentro recinti perfettamente televisivi.

Più boschi, più montagne, più fango. Più strade che non sappiamo dove portino. Più luoghi da attraversare e, soprattutto, più storie da raccontare.

Perché alla fine il successo del gravel potrebbe averci ricordato una cosa tremendamente semplice: le persone non si innamorano di una bicicletta perché ha una ruota più grande, una sospensione con qualche millimetro in più o una batteria capace di portarle più lontano.

Si innamorano dell’idea di poter andare più lontano.

E sono due cose profondamente diverse.

Viva il gravel, quindi. Viva la strada.

Ma soprattutto viva la mountain bike che ci faceva guardare una montagna pensando che, da qualche parte, dovesse esserci un sentiero per arrivare dall’altra parte.

Viva l’avventura.

E viva la bici.



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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