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La mountain bike ha perso la strada? La crisi dei team racconta il fallimento di un modello

In tre anni i team MTB registrati UCI sono diminuiti di circa il 55%. Tra chiusure, ridimensionamento dell’enduro e investimenti che si spostano verso strada e gravel, emerge una domanda: il modello delle World Series sta davvero funzionando? Un’analisi della crisi e delle possibili strade per rilanciare la mountain bike.


https://youtu.be/0l79Fj71PPI

Le squadre chiudono, i circuiti si ridimensionano e i grandi marchi rivedono i propri investimenti. La crisi della MTB agonistica non può essere spiegata soltanto con le difficoltà del mercato. Forse, nel tentativo di trasformare la mountain bike in un prodotto televisivo, abbiamo dimenticato ciò che l’ha resa grande: l’avventura, la scoperta e il desiderio di affrontare nuove sfide.

I numeri di una crisi

Nel 2023 le squadre MTB registrate presso l’UCI erano 184. Nel 2024 erano diventate 163, nel 2025 erano scese a 102 e nel 2026 ne troviamo appena 83. In tre anni il numero delle formazioni registrate si è ridotto di circa il 55%. Anche in Italia la situazione è significativa: dalle 15 squadre del 2024 siamo passati alle 8 del 2026.

Non tutte le squadre scomparse dagli elenchi UCI hanno necessariamente cessato l’attività, ma una contrazione di queste dimensioni è difficile da ignorare. Soprattutto perché coinvolge anche strutture importanti: Trek Future Racing, i precedenti progetti Lapierre e Ghost e, da ultimo, BMC, che ha annunciato la chiusura del proprio programma factory XC per orientare maggiormente gli investimenti verso altre discipline.

Quando marchi che hanno costruito parte della propria immagine attraverso la mountain bike decidono di cambiare strategia, significa che qualcosa nel rapporto tra investimento e ritorno commerciale non funziona più come prima. Il movimento sta perdendo squadre, risorse e opportunità per gli atleti, proprio negli anni in cui la Coppa del Mondo avrebbe dovuto compiere un salto di qualità.

Warner e la promessa di una MTB più professionale

L’arrivo di Warner Bros. Discovery nella gestione delle UCI Mountain Bike World Series prometteva una nuova fase per la mountain bike: maggiore professionalità, una produzione televisiva più strutturata, visibilità internazionale e nuove opportunità commerciali.

L’idea era comprensibile. Il ciclismo su strada ha dimostrato quanto una copertura televisiva importante possa valorizzare uno sport e i marchi che lo sostengono. Ma fin dall’inizio non sono mancate le critiche, soprattutto per il passaggio dalle dirette gratuite di Red Bull TV a una distribuzione maggiormente legata alle piattaforme a pagamento, oltre che per l’aumento dei costi e i nuovi criteri di accesso al circuito.

Dal 2025 la quota annuale prevista per i World Series Team è stata fissata a 40.000 euro, soltanto una parte del budget necessario per affrontare una stagione internazionale. Un sistema più professionale, ma anche più costoso, che dovrebbe garantire agli investitori un ritorno adeguato.

Ed è qui che emergono le contraddizioni. Warner potrebbe anche aver migliorato la qualità delle dirette e ottenuto risultati televisivi soddisfacenti, ma il successo di un circuito non può essere misurato soltanto attraverso gli ascolti. Se le squadre chiudono, gli sponsor si ritirano e le discipline vengono ridimensionate, significa che il sistema non sta generando un valore sufficiente a sostenere chi vi partecipa.

Per un produttore finanziare un team significa investire in comunicazione, immagine e sviluppo. Se quell’investimento viene interrotto, evidentemente il ritorno non viene più considerato adeguato oppure esistono alternative più convenienti.

La crisi del mercato ciclistico non è responsabilità di Warner, ma il modello delle World Series deve essere giudicato anche dalla capacità di mantenere gli investimenti. E sotto questo aspetto i risultati sono preoccupanti.

L’enduro, il segnale più evidente

L’enduro deve tornare a raccontare l’avventura

La vicenda dell’enduro rende ancora più evidente la difficoltà del sistema. Le Enduro World Series avevano costruito una propria identità internazionale, legata ai sentieri naturali, ai territori e a un modo di vivere la mountain bike vicino a quello di molti appassionati.

L’integrazione nelle World Series avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di crescita. Nell’agosto 2026 è arrivato invece l’annuncio che quella in corso sarebbe stata l’ultima stagione della Coppa del Mondo Enduro nell’attuale formato. Dal 2027 rimarrà il Campionato del Mondo come appuntamento internazionale di riferimento.

Una disciplina che aveva costruito un circuito riconoscibile ha quindi perso il proprio vertice agonistico continuativo. Ed è significativo che questo sia accaduto proprio all’enduro, una delle espressioni più vicine all’idea di avventura, scoperta e rapporto con il territorio che ha accompagnato la mountain bike fin dalle origini.

Non siamo più davanti soltanto alla crisi di qualche squadra, ma al ridimensionamento di una parte del movimento internazionale.

Un mercato stretto tra e-bike e gravel

A complicare la situazione c’è un mercato profondamente cambiato. Dopo il boom pandemico, l’industria della bicicletta ha dovuto affrontare magazzini pieni, margini ridotti e una domanda meno vivace. Nel frattempo, e-bike e gravel hanno modificato le abitudini e le aspettative dei consumatori.

Le e-bike hanno reso accessibili percorsi e dislivelli a un pubblico più ampio, mentre il gravel ha conquistato uno spazio commerciale e soprattutto culturale interessante.

Ma che cosa ha inventato davvero il gravel? Le strade bianche esistevano già, così come il desiderio di pedalare lontano dal traffico, esplorare territori e affrontare lunghe distanze. Sono esperienze che appartengono da sempre al ciclismo e alla storia stessa della mountain bike.

Il gravel ha certamente introdotto soluzioni tecniche specifiche, ma la sua intuizione più importante è stata probabilmente quella di reinterpretare e comunicare in modo nuovo qualcosa che già esisteva. Ha trasformato il viaggio, la libertà e la scoperta in un’identità riconoscibile, costruendo eventi nei quali l’esperienza conta quanto la competizione.

Non è possibile che il gravel abbia conquistato una parte del mercato semplicemente raccontando meglio ciò che la mountain bike rappresentava trent’anni fa?

La MTB era nata per uscire dalle strade, esplorare e raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili. Oggi una parte di quell’immaginario sembra essere stata assorbita da un’altra disciplina, mentre la mountain bike agonistica comunica soprattutto prestazione e tecnologia.

BMC sceglie la strada. Una questione di visibilità?

La decisione di BMC di interrompere il programma factory XC e rafforzare gli investimenti nella strada e nel gravel offre un’altra chiave di lettura.

Non è detto che il ciclismo su strada sia oggi il segmento commercialmente più dinamico del mercato. Le e-bike mantengono un peso importante e il gravel continua ad attirare interesse. Ma dal punto di vista della comunicazione sportiva, la strada offre opportunità difficilmente paragonabili.

Una grande corsa a tappe garantisce settimane di copertura mediatica e ore di diretta quotidiana. Le telecamere seguono gli atleti lungo centinaia di chilometri, mostrando continuamente biciclette, componenti e marchi, all’interno di un racconto che si sviluppa giorno dopo giorno.

Una gara XCO, per quanto spettacolare, concentra tutto in un tempo relativamente breve e su un circuito ripetuto più volte. Il livello tecnico è straordinario, ma l’esposizione televisiva è inevitabilmente più limitata.

Questo non significa che investire nella strada sia sempre più redditizio, perché i costi possono essere molto superiori. Ma significa che la strada dispone di un sistema mediatico capace di offrire agli sponsor una visibilità continuativa e una narrazione che va ben oltre la singola competizione.

Se un grande marchio ritiene più interessante investire altrove, la mountain bike dovrebbe chiedersi come tornare a rappresentare un’opportunità commerciale altrettanto convincente.

Abbiamo perso il senso dell’impresa?

C’è però una questione che va oltre gli ascolti e gli investimenti: il modo in cui raccontiamo la mountain bike.

Il cross country olimpico si è evoluto verso circuiti brevi, tecnici e spettacolari, pensati anche per essere seguiti facilmente dal pubblico e dalle telecamere. Il downhill offre uno spettacolo ancora più immediato, fatto di velocità e difficoltà estreme. Sono discipline fondamentali, ma possiamo chiederci se rappresentino davvero tutto ciò che la mountain bike significa per chi la pratica.

Il ciclismo su strada ha costruito parte della propria popolarità attraverso il mito delle grandi imprese. Il Tourmalet, lo Stelvio, il Mortirolo o il pavé della Roubaix sono diventati luoghi simbolici, che gli appassionati sognano di affrontare anche senza ambizioni agonistiche.

Chi guarda una grande tappa alpina può emozionarsi per l’impresa di un campione e immaginare di percorrere quella stessa salita. La competizione alimenta direttamente il desiderio di andare in bicicletta.

La mountain bike possiede montagne, sentieri e percorsi altrettanto straordinari, ma raramente è riuscita a trasformarli in luoghi leggendari nell’immaginario collettivo. I circuiti XCO privilegiano l’intensità della gara, mentre le piste di downhill mostrano prestazioni spesso molto lontane dall’esperienza quotidiana di un appassionato.

Abbiamo costruito uno spettacolo tecnico sempre più raffinato, ma forse abbiamo sacrificato una parte della dimensione che aveva reso la mountain bike così affascinante: il viaggio, l’esplorazione e l’impresa.

Marathon ed enduro: ripartire da ciò che siamo

Se il problema è anche narrativo, forse non serve inventare nuove discipline, ma valorizzare diversamente quelle che già esistono.

Le marathon possiedono molti degli elementi che rendono affascinanti le grandi corse su strada: percorsi lunghi, territori, salite, discese, crisi fisiche e sfide che si sviluppano lungo un viaggio. Una grande marathon sulle Dolomiti o sulle Alpi potrebbe diventare un prodotto televisivo capace di unire competizione, paesaggio e avventura.

Per anni la difficoltà principale è stata tecnica. Seguire una gara lungo decine di chilometri di sentieri richiedeva mezzi e risorse importanti. Oggi telecamere compatte, droni, sistemi di trasmissione mobili e localizzazione GPS permettono di immaginare coperture molto più articolate, pur con le difficoltà legate al territorio montano.

Perché non sperimentare una grande marathon raccontata con il linguaggio delle corse su strada, alternando immagini dei protagonisti, dei territori e dei momenti decisivi? La Cape Epic ha già dimostrato il potenziale narrativo delle gare a tappe, mentre eventi come HERO Südtirol Dolomites e Dolomiti Superbike possiedono caratteristiche che potrebbero essere ulteriormente valorizzate.

Anche l’enduro potrebbe tornare a occupare un ruolo importante in questo racconto, proprio grazie al legame con i sentieri e con l’esperienza degli appassionati.

Non si tratta di sostituire XCO e downhill, ma di affiancare allo spettacolo dei circuiti competizioni capaci di raccontare anche il viaggio e l’impresa.

La MTB ha sempre sperimentato. Facciamolo anche nella comunicazione

Le nuove videocamere possono trasformare la narrazione di una gara?

La mountain bike ha costruito la propria storia attraverso l’innovazione, sperimentando materiali, geometrie, sospensioni, trasmissioni e nuovi modi di utilizzare la bicicletta. Perché non applicare la stessa capacità di sperimentazione anche alla comunicazione?

Non basta migliorare le immagini o aggiungere telecamere. Occorre raccontare gli atleti, i percorsi, i territori e le sfide prima, durante e dopo la gara, costruendo storie che durino più delle due ore di una diretta.

Il gravel ha dimostrato quanto sia importante comunicare un’esperienza, mentre il ciclismo su strada ha saputo trasformare luoghi e imprese sportive in una mitologia riconoscibile. La mountain bike ha tutte le caratteristiche per fare qualcosa di altrettanto forte, ma deve trovare un linguaggio coerente con la propria identità.

Il vero obiettivo non dovrebbe essere soltanto convincere qualcuno a guardare una gara, ma anche fargli venire voglia di salire in sella.

Il fallimento di un modello può diventare un’occasione

Da 184 squadre UCI nel 2023 a 83 nel 2026. Nel frattempo sono scomparse strutture importanti, l’enduro ha perso la propria Coppa del Mondo e alcuni grandi marchi hanno scelto di investire maggiormente in altre discipline.

Non possiamo attribuire tutto a un solo soggetto, ma nemmeno ignorare il significato di questi segnali. Il modello di professionalizzazione della mountain bike internazionale non sta dimostrando di essere sufficientemente sostenibile per una parte importante delle squadre e degli investitori.

Un circuito non può essere considerato un successo soltanto perché offre una produzione televisiva migliore, se nel frattempo perde i protagonisti che dovrebbero sostenerlo. La contrazione delle squadre e delle competizioni rappresenta un fallimento del modello attuale, non necessariamente della mountain bike come sport.

Forse abbiamo cercato di imitare il ciclismo su strada guardando soprattutto alla struttura televisiva e commerciale, dimenticando che la sua forza nasce anche dalla capacità di costruire storie, emozioni e imprese destinate a rimanere nella memoria.

La mountain bike potrebbe fare lo stesso partendo dalla propria identità, dai sentieri, dalle montagne e dalle grandi traversate. Sperimentare nuovi format, valorizzare marathon ed enduro e creare eventi che non siano soltanto competizioni, ma esperienze capaci di ispirare chi le guarda.

Perché possiamo avere le biciclette più evolute, gli atleti più preparati e le migliori telecamere, ma se tutto questo non riesce a far crescere il movimento e a convincere le aziende a investire, significa che manca qualcosa.

Forse la mountain bike non ha bisogno di diventare sempre più simile agli altri sport. Ha bisogno di tornare a raccontare perché è diversa.

E per rilanciarla dovremmo smettere di pensare soltanto a come farla guardare e ricominciare a chiederci come far venire voglia di praticarla.



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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