Quelli che seguono sono pensieri in libertà, suggestioni, idee e forse anche qualche provocazione di chi la mountain bike l’ha vista cambiare tante volte e ha imparato che, in questo mondo, quasi nulla rimane uguale a se stesso troppo a lungo.
Abbiamo visto nascere discipline e trasformarsi biciclette, cambiare il modo di costruire e interpretare i sentieri, inseguire il peso e poi le escursioni, per tornare qualche anno dopo a cercare leggerezza. Abbiamo voluto bici sempre più specializzate e poi abbiamo ricominciato a desiderare mezzi capaci di fare un po’ di tutto. Abbiamo inventato nuovi nomi per concetti realmente nuovi e, altre volte, abbiamo semplicemente riscoperto idee che erano già dentro la mountain bike, ma che avevano bisogno del momento giusto, di biciclette diverse e di una nuova narrazione per tornare attuali.
La MTB è sempre stata così: procede per evoluzioni e contaminazioni, accelerazioni improvvise e ritorni alle origini. Cambiano le biciclette e insieme a loro cambia il nostro modo di utilizzarle, cambiano le gare, i sentieri e soprattutto il modo in cui raccontiamo tutto questo. Forse è proprio questo il bello, perché non sappiamo dove saremo tra cinque anni, ma possiamo osservare quello che sta succedendo oggi sui sentieri, nei bike park, alle gare e nei negozi e provare a unire qualche punto.
Senza la pretesa di avere trovato una soluzione, perché l’obiettivo di queste righe è esattamente l’opposto: aprire una discussione. L’enduro sta davvero morendo oppure sta semplicemente attraversando una delle tante mutazioni che hanno accompagnato la mountain bike fin dalla sua nascita? E potrebbe essere proprio questo il momento giusto per avere il coraggio di cambiare ancora?
L’enduro è morto? Dipende da dove lo guardiamo
Se osserviamo i cataloghi delle aziende, il segnale sembra abbastanza evidente: le bici da enduro muscolari sono diminuite, alcuni modelli sono scomparsi e altri hanno perso quella centralità che avevano soltanto pochi anni fa. Si vendono meno enduro muscolari, questo è difficile negarlo, ma da qui a dire che sia morto l’enduro c’è una bella differenza.
Una parte importante di chi dieci anni fa avrebbe scelto una enduro oggi guarda all’elettrico. È abbastanza naturale: se l’obiettivo è salire per poter scendere, macinare trail e moltiplicare il numero di discese in una giornata, una e-bike offre una risposta estremamente efficace. Dall’altra parte rimangono mondi molto definiti: c’è chi ama la prestazione pedalata e gravita intorno a XC e marathon, chi cerca soprattutto la discesa e trova nella downhill il proprio riferimento, e poi ci sono quelli che continuano a fare enduro.
Soltanto che li vediamo meno, e forse è proprio qui che nasce l’equivoco.
Meno visibile non significa meno vivo

L’enduro è una disciplina difficile da raccontare perché le gare si sviluppano su chilometri di montagna, i rider spariscono nei boschi e per il pubblico è complicato seguire quello che accade. Poi però basta andare in un bike park e guardarsi intorno per rendersi conto che quelle biciclette non sono affatto scomparse: quante delle bici che salgono sugli impianti sono vere downhill e quante sono enduro?
Anche osservando le gare emergono segnali interessanti. I circuiti del Centro Italia mostrano partecipazione e fermento e, forse ancora più significativo del numero assoluto degli iscritti, è vedere tanti Esordienti e Allievi. Significa che non stiamo parlando soltanto dello zoccolo duro di chi corre da dieci o quindici anni, ma di ragazzi nuovi che si stanno avvicinando a questo mondo.
Una parte importante del merito va alle tante scuole MTB che negli ultimi anni hanno portato i più giovani sulla bicicletta e sui sentieri, insegnando loro prima di tutto il piacere di guidare e di stare nel bosco. Qualcuno correrà in XC, qualcuno scoprirà l’enduro o la downhill, qualcun altro non correrà affatto e continuerà semplicemente ad andare in bici. Poco importa: stanno scoprendo la mountain bike.
Anche il ritorno del Superenduro nel 2026 ha confermato che attenzione, passione e voglia di esserci non sono scomparse. Forse, quindi, la domanda non è come salvare l’enduro, ma capire dove potrebbe andare adesso.
Down country: qualcosa di nuovo che sa di casa

Un indizio potremmo averlo già davanti agli occhi. Le chiamiamo down country: il nome è relativamente nuovo, la sensazione molto meno.
Sali su una di queste bici e c’è qualcosa che riconosci subito. Sono leggere, pedalano forte e invitano ad andare lontano, ma quando il sentiero gira verso il basso non ti fanno rimpiangere di essere arrivato fin lì. Sono biciclette con cui puoi partire da casa senza una destinazione precisa, salire, attraversare una montagna, cambiare versante, cercare un trail che non conosci e magari scoprire che, per tornare, devi pedalare ancora un’ora.
Sanno di giornata intera, di amici, di sentiero sbagliato, della salita che non avevi previsto e di quella discesa che alla fine ricorderai più di tutto il resto. In qualche modo sanno di casa, perché per chi ha vissuto la MTB per tanti anni c’è qualcosa di familiare in questo modo di andare, senza che per questo ci sia nulla di nostalgico. Le biciclette di oggi fanno cose che quelle di vent’anni fa potevano soltanto immaginare; semplicemente, ci permettono di ritrovare con mezzi nuovi alcune delle sensazioni più antiche e più belle della mountain bike: pedalare, esplorare, scoprire e divertirsi quando arriva la discesa.
Ed è proprio qui che il discorso comincia a diventare interessante.
Diamo una cornice a queste biciclette
La storia dell’enduro può insegnarci qualcosa. Quando nacque, infatti, l’enduro non inventò un nuovo modo di andare in mountain bike: quel modo di andare esisteva già. C’erano biker che volevano pedalare per cercare belle discese, che non si riconoscevano completamente nell’XC e non volevano nemmeno una bici da downhill. L’enduro ebbe l’intuizione di riconoscere quel movimento e dargli una cornice, costruendogli intorno gare, biciclette, personaggi e un immaginario. In altre parole, gli diede un’identità.
E se oggi provassimo a fare qualcosa di simile? Il down country esiste già, le biciclette ci sono e quel modo di interpretare la MTB sta prendendo forma. Forse non dobbiamo inventare niente, ma semplicemente provare a costruire una cornice capace di renderlo riconoscibile, desiderabile e, soprattutto, divertente da vivere.
È da qui che nasce l’idea centrale di queste riflessioni.
Un circuito, storie diverse



Se vogliamo dare una cornice a queste biciclette e, più in generale, a un modo diverso di interpretare la MTB muscolare, forse l’errore sarebbe cercare immediatamente un nuovo format e trasformarlo in una serie di regole da replicare nello stesso modo ovunque. Potrebbe essere molto più interessante fare esattamente il contrario: immaginare un circuito capace di raccontare gare diverse, una stagione composta da capitoli differenti ma legati dallo stesso filo fatto di esplorazione, guida, fatica e capacità di adattarsi.
In questo modo sarebbe il territorio a suggerire la gara, e non la gara a costringere il territorio dentro uno schema.
Prendiamo Pogno, semplicemente perché è un luogo che conosco bene e al quale sono legato da tanti ricordi. Potrebbe essere un esempio perfetto per immaginare una tappa con un’anima down country, collegando alcuni dei suoi trail più iconici — l’Elicotteri, il Canalone, la Prerro — e inserendo direttamente nelle prove speciali anche i tratti pedalati e le brevi salite necessarie per passare dall’uno all’altro. Ne uscirebbero PS da quindici o venti minuti nelle quali si scende, si rilancia, si pedala e poi si torna a guidare, riducendo il peso dei trasferimenti e aumentando il tempo realmente trascorso contro il cronometro.
Non sarebbe un XC reso più tecnico e nemmeno un enduro nel quale abbiamo semplicemente aggiunto qualche salita. Sarebbe una gara nella quale bisogna avere gamba, ma soprattutto essere ancora capaci di guidare bene quando quella gamba comincia a mancare. E immediatamente tornerebbe interessante anche parlare di biciclette: meglio privilegiare leggerezza o capacità in discesa? Quanta escursione serve davvero? Gomme più scorrevoli o più sicure? Quanto siamo disposti a perdere in salita per guadagnare quando il sentiero diventa serio? Sono domande che oggi possono sembrare teoriche, ma che una gara renderebbe improvvisamente concrete.
Alla tappa successiva, però, potremmo cambiare completamente scenario e tornare all’enduro nel senso più classico del termine: cinque o sei speciali, trasferimenti, una lunga giornata in bici, discese differenti tra loro e magari gli impianti, dove il territorio permette di utilizzarli. Perché innovare non significa cancellare quello che funziona, ma aggiungere possibilità e lasciare che ogni località possa esprimere il meglio delle proprie caratteristiche.
Poi, all’interno della stagione, dovrebbe esserci spazio per la gara epica. Una due giorni vera, capace di riportare alla mente, per chi l’ha vissuta, la vecchia due giorni di Sauze. Finisci il sabato stanco, la sera continui a parlare delle speciali, degli errori e delle linee con quelli con cui hai pedalato tutto il giorno; la domenica mattina ti svegli sentendo nelle gambe quello che hai fatto il giorno prima, rimetti casco e protezioni e riparti. Non deve essere necessariamente una gara estrema, perché estremo ed epico non sono sinonimi. L’epica nasce anche dal tempo trascorso in montagna, dalla fatica condivisa e dal fatto che, per un intero weekend, vivi dentro la gara. Il sabato sera hai ancora qualcosa da finire; la domenica sera hai una storia da raccontare.
Un altro capitolo potrebbe essere la Long Distance, partendo magari da una suggestione arrivata proprio da Sauze nel 2026. Una lunga risalita, vicina alle due ore, ha dimostrato quanto anche un trasferimento possa diventare parte dell’esperienza, creando aggregazione e facendo vivere la montagna in un modo diverso. Perché allora non portare quell’idea fino in fondo, immaginando una lunga salita condivisa seguita da una sola PS da trenta minuti o più?
Una speciale del genere potrebbe attraversare la montagna, collegare trail differenti, alternare discese a rilanci e brevi risalite, cambiare terreno e ritmo più volte prima di arrivare finalmente a valle. Su una PS di pochi minuti conoscere ogni pietra può fare una differenza enorme; quando il cronometro continua a correre per mezz’ora, invece, entrano in gioco altre qualità. Bisogna gestire lo sforzo, mantenere lucidità, continuare a guidare quando le braccia iniziano a indurirsi e capire quando spingere e quando conservare qualcosa. La velocità rimane fondamentale, ma da sola non basta più.
E poi arriverebbe la finale, il momento in cui mischiare tutto quello che la stagione ha raccontato fino a quel momento. Una PS con un’anima down country, alcune prove enduro tradizionali, magari una speciale più lunga e infine il ritorno verso il paddock, dove potrebbe aspettare una Power Stage conclusiva: cinque minuti intensi e tecnici, possibilmente vicini al pubblico, una sorta di short track reinterpretato in chiave gravity. Non una passerella finale, ma una prova vera, con un peso sufficiente per poter ancora cambiare la classifica.
Sarebbe anche un modo per affrontare uno dei limiti storici dell’enduro come spettacolo. Dopo una giornata nella quale i concorrenti sono rimasti dispersi sulle montagne, il finale tornerebbe improvvisamente nello stesso luogo: il pubblico potrebbe vedere i rider, seguire i tempi, avere riferimenti e percepire la tensione di una gara che, dopo ore, può ancora cambiare negli ultimi minuti.
Down country, enduro tradizionale, due giorni epica, Long Distance, finale mista: non è importante che i format siano esattamente questi e nemmeno che le tappe debbano essere quattro, cinque o sei. Pogno e Sauze, in questo ragionamento, servono soltanto a rendere concreta un’idea che altri territori potrebbero interpretare in cento modi differenti.
Il punto centrale è che il circuito stesso diventerebbe il racconto.
Non più una sequenza di gare costruite secondo lo stesso schema, ma una stagione nella quale ogni appuntamento ha una propria identità e mette alla prova una parte diversa dell’essere mountain biker. Una volta servirà più gamba, un’altra più capacità di guida; in una gara bisognerà amministrarsi per mezz’ora, in un’altra essere capaci di svegliarsi il secondo giorno con la fatica del sabato ancora addosso e ripartire.
Alla fine, chi vuole vincere il circuito dovrà saper fare un po’ tutto. Ma la parte forse ancora più interessante riguarda tutti quelli che non corrono per vincere: guardando il calendario non vedrebbero quattro o cinque versioni della stessa gara, ma quattro o cinque esperienze diverse che vale la pena vivere.
Prima della classifica viene il desiderio

In fondo è anche uno dei motivi per cui l’enduro funzionò così bene quando cominciò a crescere. Portò persone che probabilmente non avrebbero mai fatto una marathon a pedalare per ore, convinse biker che non si consideravano agonisti ad allenarsi durante l’inverno e spinse persone che non avevano mai pensato seriamente alla classifica a mettere una tabella sul manubrio.
Non lo facevano perché pensavano di poter vincere, ma perché volevano esserci.
La classifica era importante, naturalmente, e deve continuare a esserlo. Il cronometro è quello che ti fa frenare un metro più tardi, che ti convince a spingere quando normalmente avresti mollato e che, alla fine della giornata, ti porta a guardare il nome di quello che ti è arrivato davanti pensando che la prossima volta proverai a prenderlo. Ma la classifica funziona davvero quando arriva dentro un’esperienza che desideri vivere.
È questo che un circuito dovrebbe riuscire a costruire: non soltanto una generale, ma la voglia di guardare il calendario e pensare che quella gara vuoi farla. Prepararti sapendo che in una tappa dovrai pedalare e guidare, chiederti cosa succederà dopo venticinque minuti di speciale quando le braccia inizieranno a essere dure, arrivare in cima dopo due ore di salita sapendo che da quel momento parte il cronometro, oppure svegliarti la domenica sentendo ancora nelle gambe il sabato.
Sono esperienze diverse, ma hanno tutte qualcosa in comune: alla fine vuoi tornare a casa con qualcosa da raccontare.
Forse non serve inventare una nuova mountain bike
Siamo partiti da una domanda sull’enduro e apparentemente siamo arrivati da tutt’altra parte. In realtà, forse, abbiamo semplicemente fatto un giro abbastanza lungo per tornare allo stesso punto.
L’enduro, nella sua prima grande stagione, intercettò un modo di vivere la mountain bike che esisteva già e riuscì a trasformarlo in qualcosa nel quale le persone volevano riconoscersi. Non inventò la voglia di pedalare per andare a cercare una bella discesa: le diede una forma, un linguaggio, delle gare e un immaginario.
Oggi potremmo trovarci davanti a un momento simile. Ci sono biciclette nuove che sembrano interpretare un desiderio molto antico: pedalare, esplorare, scoprire, guidare, stare nella natura e andare a vedere cosa c’è dall’altra parte della montagna, divertendosi mentre ci si arriva.
Possiamo chiamarle down country e magari tra cinque anni avranno un altro nome. Non importa molto. Quello che conta è capire se intorno a quel modo di vivere la MTB possiamo costruire qualcosa capace di far venire nuovamente voglia di mettere una tabella sul manubrio.
Forse non serve un nuovo regolamento internazionale e nemmeno una formula rigida da replicare ovunque. Potrebbe servire esattamente il contrario: un circuito che abbia il coraggio di cambiare, che lasci parlare i territori e che un fine settimana chieda più gambe e quello successivo più tecnica; che una volta duri un giorno e un’altra due; che ci faccia correre per pochi minuti e qualche mese dopo ci metta davanti a una speciale da mezz’ora.
Una stagione che alla fine non racconti soltanto chi è stato il più veloce, ma chi è riuscito a essere il biker più completo. E che lasci a tutti gli altri, quelli che probabilmente non saliranno mai sul podio ma che rappresentano una parte fondamentale di questo mondo, qualcosa forse ancora più importante: la sensazione di aver vissuto un’esperienza che valeva la pena preparare, aspettare e affrontare.
Quella sensazione che, anni dopo, ti permette di parlare di una gara senza ricordare necessariamente la posizione in classifica, ma ricordando perfettamente la montagna, gli amici, la fatica, una speciale, una curva, una giornata.
E di poter dire, semplicemente, io c’ero.
Un sogno? Forse. Una provocazione? Sicuramente.
Chissà cosa ne penseranno Guala e Monchiero.


