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Trail builder professionista: la differenza non la fa soltanto una pala

Cosa significa essere un trail builder professionista? Luca Bifezzi, detto il Biffo, approfondisce per 365 MTB le competenze necessarie per progettare, costruire e gestire sentieri mountain bike. Dalla conoscenza del territorio alla valutazione del terreno, dalla prevenzione dell’erosione al rapporto con i volontari, l’articolo spiega perché la professionalità nel trail building non si misura soltanto dalla capacità di usare gli attrezzi. Un approfondimento sul metodo, sulla sostenibilità e sulle responsabilità che distinguono un progetto strutturato da un intervento spontaneo.


Il trail building nasce spesso dalla passione. Molti dei sentieri che percorriamo in mountain bike esistono perché qualcuno, nel proprio tempo libero, ha deciso di recuperarli, pulirli o renderli nuovamente percorribili.

È una realtà importante del nostro sport e credo che il contributo delle comunità locali sia fondamentale.

Ma quando parliamo di trail building professionale, dobbiamo iniziare a fare una distinzione.

Saper usare una pala, costruire una curva o sistemare un passaggio tecnico non significa necessariamente avere tutte le competenze necessarie per sviluppare un progetto sentieristico.

Il lavoro di un trail builder professionista comincia molto prima della costruzione e, soprattutto, non termina quando il sentiero viene inaugurato.

La differenza è nel metodo

Quando affronto un nuovo progetto, il mio primo pensiero non è dove costruire il salto più bello o come realizzare una curva spettacolare.

Devo prima capire il territorio, le persone che lo frequentano e l’obiettivo dell’intervento.

Sto lavorando per un bike park? Per una località che vuole sviluppare il turismo in mountain bike? Per una comunità locale che ha bisogno di recuperare la propria rete sentieristica? Oppure per un team che cerca un percorso specifico per gli allenamenti?

Sono situazioni molto diverse. Cambiano il pubblico, le caratteristiche tecniche, le risorse disponibili e le aspettative di chi commissiona il lavoro.

Un professionista deve essere in grado di leggere queste differenze e trasformarle in un progetto concreto. Non basta realizzare qualcosa che piace a noi. Dobbiamo costruire qualcosa che funzioni per chi lo utilizzerà e per il territorio che lo ospita.

Il volontariato è una risorsa, non un concorrente

Una delle cose che cerco di fare quando sviluppo un progetto è capire se esistono persone del posto disposte a partecipare.

Avere un gruppo di rider che conosce il territorio, sostiene il progetto e può contribuire alla manutenzione futura rappresenta un enorme valore.

Non vedo quindi il volontariato come qualcosa da contrapporre automaticamente al lavoro professionale. Il punto è distinguere i ruoli.

Un conto è contribuire alla pulizia di un percorso o collaborare alla sua manutenzione. Un altro è assumersi la responsabilità di progettare un intervento, valutarne la fattibilità, organizzare le risorse e affrontare le problematiche tecniche che possono emergere.

Sono attività che possono convivere, ma non devono essere confuse.

Il coinvolgimento della comunità può rendere un progetto più forte. La presenza di una figura professionale può dargli una direzione, una struttura e una continuità.

La competenza si vede soprattutto nei problemi

Ci sono situazioni nelle quali la qualità del lavoro di un trail builder è immediatamente visibile.

Una curva ben costruita, una sequenza di salti che funziona o un passaggio naturale particolarmente riuscito sono elementi che qualsiasi rider può apprezzare.

Ma ci sono altre competenze che spesso rimangono invisibili.

Penso alla capacità di riconoscere un terreno problematico, di individuare le zone soggette a erosione o di progettare una linea che non concentri l’acqua nei punti sbagliati.

Sono aspetti che incidono direttamente sulla durata del percorso e sulle necessità di manutenzione.

Una scelta sbagliata in fase di progettazione può trasformarsi in un problema che si ripresenta per anni.

Ecco perché considero fondamentale conoscere il comportamento del terreno e sapere come adattare il progetto alle caratteristiche del versante.

Non si tratta soltanto di costruire bene. Si tratta di prevedere, per quanto possibile, come si comporterà il sentiero nel tempo.

Saper costruire non significa saper progettare

Un altro aspetto che distingue il lavoro professionale è la capacità di affrontare il progetto nel suo insieme.

Quando presento una proposta a un Comune, a un’associazione o a un investitore, devo avere un quadro preciso di ciò che voglio realizzare.

Devo conoscere il tracciato, le difficoltà tecniche, le risorse necessarie e il pubblico al quale mi rivolgo.

Devo anche sapere quali interlocutori saranno coinvolti nelle autorizzazioni e quali ostacoli potrebbero emergere.

Questo non significa che il trail builder debba svolgere personalmente ogni attività amministrativa, catastale o tecnica specialistica.

Significa però che deve conoscere il processo e sapersi confrontare con le persone che ne fanno parte.

Se non sono in grado di spiegare perché ho scelto una determinata linea, quali problemi potrei incontrare e come intendo risolverli, diventa difficile convincere qualcuno a investire nel mio progetto.

La professionalità non si misura soltanto il giorno dell’inaugurazione

Un trail può essere spettacolare appena terminato.

Ma come si presenterà dopo una stagione di utilizzo? Quanta manutenzione richiederà? Le scelte costruttive saranno ancora efficaci?

Sono domande che mi pongo prima di iniziare a lavorare.

La qualità di un progetto non può essere giudicata esclusivamente dalle fotografie del giorno in cui viene completato.

Deve essere valutata anche attraverso la sua capacità di durare, di mantenere le caratteristiche previste e di essere gestito con risorse sostenibili.

È qui che la progettazione diventa fondamentale.

Il riconoscimento di un mestiere

Credo che parlare di professionalità nel trail building significhi prima di tutto riconoscere la complessità del lavoro.

Non si tratta di stabilire chi abbia il diritto di mettere mano a un sentiero o di togliere valore a chi dedica volontariamente il proprio tempo alla manutenzione dei percorsi.

Si tratta di comprendere che, quando si passa da un intervento spontaneo a un progetto strutturato, cambiano le competenze richieste e le responsabilità da affrontare.

Il trail builder professionista deve essere in grado di trasformare un’esigenza in un progetto realizzabile, gestire le difficoltà e dimostrare che le scelte effettuate hanno una logica tecnica ed economica.

La pala rimane uno strumento fondamentale del nostro mestiere.

Ma la vera differenza la fa quello che sappiamo prima di prenderla in mano.



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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