Il nuovo collaboratore di 365 MTB ci porta dietro le quinte del trail building professionale. Dalla progettazione ai permessi, dalla conoscenza del territorio alla sostenibilità: cosa serve davvero per trasformare un’idea in un trail.
Quando si parla di trail building, la prima immagine che viene in mente è quasi sempre la stessa: qualcuno nel bosco con una pala in mano, intento a modellare una curva, sistemare un salto o ricavare un passaggio su un versante.
È sicuramente una parte del nostro lavoro. Ma è soltanto una parte.
Nel corso degli anni ho avuto la possibilità di lavorare in contesti molto diversi tra loro. Dai trail di Bardonecchia, dove la costruzione è fortemente orientata al mondo bike park, con linee lavorate e strutture ben definite, fino ai percorsi più naturali ed enduristici della Piana di Vigezzo. Ho lavorato anche nello staff impegnato nella realizzazione del Big Air olimpico e nell’organizzazione di eventi sportivi, tra cui una finale di Coppa Italia Enduro e una tappa della Swiss Enduro Cup.
Esperienze differenti, che mi hanno insegnato soprattutto una cosa: non esiste un unico modo di costruire un trail, ma esiste un modo professionale di affrontare il lavoro.
E questo modo comincia molto prima di entrare nel bosco con gli attrezzi.
Il primo lavoro è capire dove siamo

Una delle domande che mi vengono poste più spesso riguarda i permessi. Come si fa a ottenere l’autorizzazione per costruire un trail? Come si convince un Comune, un ente o un proprietario a sostenere un progetto?
La risposta è che non esiste una formula magica. Non ci sono segreti che garantiscano l’approvazione di un percorso in qualsiasi situazione.
Esiste però un metodo di lavoro che permette di rendere un progetto più credibile, interessante e concretamente realizzabile.
La prima cosa che faccio, quando mi trovo davanti alla possibilità di sviluppare un nuovo trail, è cercare di conoscere il territorio.
Non parlo soltanto della conformazione della montagna, delle pendenze o della tipologia del terreno. Parlo anche delle persone che vivono e frequentano quella zona.
Ci sono già dei biker? Quanti sono, indicativamente? Che età hanno? Che discipline praticano? Preferiscono percorsi naturali, tecnici, scorrevoli, oppure strutture tipiche di un bike park?
Sono tutte informazioni che mi servono per capire a chi mi sto rivolgendo.
Un trail deve avere un motivo per esistere. Deve rispondere a un’esigenza reale, che può essere quella di soddisfare una comunità di rider già presente oppure di attirare un pubblico nuovo.
Se voglio realizzare un percorso che in quella zona ancora non esiste, devo chiedermi da dove arriveranno le persone che lo utilizzeranno. Quale interesse potrò generare? Che cosa offrirò di diverso rispetto ai territori vicini?
Non basta pensare che un trail sia bello. Bisogna capire chi lo utilizzerà e perché dovrebbe scegliere proprio quel percorso.
Questa è una delle prime differenze tra avere un’idea e costruire un progetto.
Prima di disegnare una linea bisogna leggere la montagna
Una volta compreso il contesto, arriva il momento di andare sul posto.
Ed è una fase alla quale dedico molta attenzione.
Devo capire come si presenta il versante, quali sono le caratteristiche del terreno, dove possono esserci problemi e quali possibilità offre realmente la montagna.
Ci sono già dei sentieri esistenti? Qualcuno può essere recuperato?
Quando è possibile, preferisco lavorare su un percorso già presente piuttosto che costruirne uno completamente nuovo. Spesso è una soluzione più semplice anche dal punto di vista delle autorizzazioni e comporta un impatto minore sul territorio.
Naturalmente dipende dall’obiettivo del progetto e dalle condizioni del sentiero, ma è una possibilità che considero sempre.
Poi devo valutare il terreno, le pendenze, l’esposizione, il clima e il periodo dell’anno durante il quale il trail potrà essere utilizzato.
Un percorso in alta montagna, accessibile soltanto per alcuni mesi, ha esigenze differenti rispetto a uno in bassa valle che può essere frequentato per buona parte dell’anno.
Queste condizioni influenzano la progettazione, la gestione e la sostenibilità dell’intervento.
Perché il mio obiettivo non è semplicemente riuscire a costruire una linea. È realizzare un percorso che funzioni nel tempo.
Un trail deve offrire un’esperienza, non soltanto una discesa

Quando ho capito cosa mi permette di fare il terreno e quale tipologia di percorso voglio realizzare, comincio a cercare quelli che considero i punti di interesse.
Possono essere un panorama particolare, un passaggio suggestivo, un bosco secolare, un elemento storico o un tratto di montagna che offre qualcosa di riconoscibile.
Sono i punti che possono rendere un trail unico.
Mi interessa che chi percorre quella linea si porti a casa un’esperienza, qualcosa che difficilmente potrebbe trovare altrove.
Non significa che ogni sentiero debba avere un salto spettacolare o una struttura artificiale. A volte il punto forte è proprio il contesto naturale nel quale si sviluppa.
Individuati questi elementi, comincio a ragionare su come collegarli.
È qui che entra in gioco la parte più propriamente tecnica della progettazione: devo trovare una traccia che rispetti le pendenze necessarie, sia compatibile con il terreno e permetta di raggiungere il livello di difficoltà previsto.
Non sempre è possibile collegare tutti i punti che avevo individuato. Bisogna fare delle scelte e dare priorità a quelli che considero più importanti.
L’obiettivo è trovare il miglior equilibrio possibile tra qualità dell’esperienza, fattibilità tecnica e caratteristiche del territorio.
Quando finalmente individuo una linea che mi convince, comincio ad avere anche un quadro più concreto delle risorse necessarie: quante persone serviranno, quali mezzi potranno essere utilizzati e quanto tempo richiederà il lavoro.
A quel punto il progetto inizia a prendere una forma reale.
La sostenibilità si decide prima di costruire
C’è un aspetto che considero fondamentale e che spesso viene sottovalutato: la gestione del trail nel tempo.
Un percorso non deve essere valutato soltanto per come apparirà il giorno dell’inaugurazione.
Devo chiedermi cosa succederà dopo mesi di utilizzo, dopo una stagione di piogge o quando inizieranno a passare centinaia di biciclette.
Per questo, già durante la progettazione, cerco di individuare le possibili problematiche legate all’acqua, all’erosione e al comportamento del terreno.
Devo capire dove potrebbe concentrarsi il deflusso dell’acqua, quali tratti rischiano di deteriorarsi e come evitare di costruire un percorso che richieda continui interventi.
Un trail progettato correttamente deve cercare di offrire la migliore esperienza possibile con una necessità di manutenzione sostenibile.
Naturalmente nessun sentiero può essere considerato privo di manutenzione. Ma le scelte fatte prima della costruzione possono influenzare enormemente il lavoro che sarà necessario negli anni successivi.
Un buon trail builder deve saper immaginare non soltanto il sentiero che costruirà, ma anche quello che si troverà davanti dopo anni di utilizzo.
Ed è proprio su questi aspetti che si misura una parte importante della professionalità.
Quando presento un progetto, devo essere in grado di spiegare quali problemi tecnici potrei incontrare e come intendo affrontarli.
È un modo concreto per dimostrare che dietro la proposta non c’è semplicemente un gruppo di appassionati che vuole costruire il proprio percorso, ma una figura professionale che conosce le responsabilità legate a un intervento sul territorio.
La comunità locale non è un dettaglio

Un altro elemento che cerco di valutare fin dalle prime fasi è il coinvolgimento delle persone del posto.
Esistono associazioni, gruppi di rider o volontari interessati al progetto? Ci sono persone che potrebbero partecipare alla realizzazione o contribuire alla manutenzione futura?
Avere una comunità che sostiene il trail è un vantaggio enorme.
Prima di tutto perché significa che il progetto risponde a un interesse reale. Poi perché il coinvolgimento delle persone può aiutare nella costruzione, nella gestione e nella promozione del percorso.
In alcuni casi può anche contribuire a ridurre i costi e i tempi di realizzazione.
Ma c’è un altro aspetto.
Quando mi presento davanti a un’amministrazione con un progetto sostenuto da una comunità locale, porto qualcosa di più di una semplice idea personale.
Posso dimostrare che esistono persone interessate a utilizzare quel percorso e, magari, a prendersene cura nel tempo.
Questo non garantisce un’autorizzazione, ma rafforza la credibilità della proposta.
Per me è importante non arrivare in un territorio imponendo qualcosa che non appartiene a quel luogo.
Devo cercare di comprenderne le esigenze, rispettare chi ci vive e costruire, quando possibile, un rapporto positivo con chi sarà coinvolto.
Perché il trail builder, alla fine, se ne andrà. Il sentiero e le persone che lo utilizzeranno resteranno.
La traccia ideale deve fare i conti con la proprietà dei terreni
Dopo aver individuato la linea che vorrei realizzare, arriva una delle fasi più delicate: capire dove passa realmente il percorso dal punto di vista delle proprietà e delle autorizzazioni.
Il primo interlocutore è spesso il Comune di riferimento.
Con una traccia preliminare posso avviare le verifiche necessarie per capire quali particelle vengono attraversate e a chi appartengono.
Se il percorso si sviluppa interamente su terreni comunali, il quadro degli interlocutori può essere relativamente semplice.
Lo stesso può accadere quando si lavora all’interno di un comprensorio gestito da un unico soggetto.
Le cose cambiano quando la linea attraversa numerose proprietà private.
Più il territorio è frammentato, più aumenta il numero di persone con cui sarà necessario confrontarsi per ottenere i consensi e le autorizzazioni richieste.
E questo può rendere il progetto molto più complesso.
A quel punto può essere necessario tornare sulla montagna e valutare alcune modifiche.
Magari spostando un tratto, evitando una particella particolarmente problematica o individuando un passaggio alternativo.
Cerco però di mantenere il più possibile l’identità della linea che ho progettato.
Non voglio stravolgere il percorso al punto da perdere le caratteristiche tecniche e l’esperienza che avevo immaginato.
È una questione di equilibrio: bisogna essere disposti ad adattare un progetto senza perdere di vista il motivo per cui lo si vuole realizzare.
Una volta chiarita la situazione delle proprietà, posso capire quali soggetti coinvolgere e quali procedure dovranno essere affrontate per arrivare alla realizzazione.
Non basta chiedere il permesso: bisogna saper presentare il progetto

Arriviamo a un punto centrale del mio lavoro.
Quando mi presento davanti a un Comune, a un’associazione, a un comprensorio o a un potenziale investitore, non voglio arrivare dicendo semplicemente: «Vorrei costruire un trail. Mi date il permesso e i soldi per farlo?».
È un approccio che difficilmente può funzionare.
Voglio arrivare con un progetto già ragionato, con un obiettivo preciso e con elementi concreti che ne dimostrino il potenziale.
Devo sapere quale pubblico voglio raggiungere, perché quel percorso potrebbe funzionare, quali caratteristiche lo renderanno interessante e quali benefici potrà portare al territorio.
Devo anche conoscere, almeno a livello preliminare, i costi, i tempi e le risorse necessarie.
E soprattutto devo essere capace di spiegare tutto questo.
Se sto proponendo un percorso pensato per attrarre nuovi visitatori, devo motivare perché credo che quelle persone arriveranno.
Se sto progettando un trail tecnico destinato all’allenamento di una squadra, devo valutare se esiste un interesse anche da parte di altri team o atleti.
Un investimento ha bisogno di una motivazione credibile.
Non è sufficiente dire che un percorso sarebbe bello o divertente da percorrere.
Bisogna dimostrare che risponde a un’esigenza e che può generare un valore.
Un progetto credibile deve affrontare anche il tema dei finanziamenti
Un altro aspetto importante riguarda la sostenibilità economica.
Prima di presentare una proposta cerco di capire come potrebbe essere finanziata.
Possono esserci investitori privati, sponsor, associazioni o soggetti direttamente interessati all’utilizzo del percorso.
In altri casi possono esistere bandi pubblici, finanziamenti regionali o opportunità legate a fondi nazionali ed europei.
Essere informati su queste possibilità è fondamentale.
Presentarsi a un’amministrazione con un progetto che ha già individuato una possibile fonte di finanziamento significa offrire una prospettiva completamente diversa rispetto a una semplice richiesta di denaro.
Naturalmente l’esistenza di un bando non significa automaticamente che il progetto sia finanziabile o autorizzabile.
Ma poter dimostrare di aver valutato anche questo aspetto rende la proposta più solida.
Un trail builder professionista deve quindi avere una visione che va oltre la costruzione materiale.
Deve essere capace di ragionare sui costi, sulle risorse e sulle condizioni che rendono possibile un intervento.
Non significa necessariamente occuparsi personalmente di ogni pratica o di ogni finanziamento. Significa però conoscere il processo e saper dialogare con le figure che ne fanno parte.
La professionalità bisogna dimostrarla

C’è un ultimo punto al quale tengo particolarmente.
Quando proponiamo un progetto, dobbiamo essere in grado di dimostrare di avere le competenze necessarie per realizzarlo.
Non basta presentarsi come trail builder.
Bisogna far capire di conoscere il lavoro, i problemi che possono emergere e le soluzioni che intendiamo adottare.
Per questo considero importante affrontare fin dall’inizio anche gli aspetti più tecnici.
Se un versante presenta possibili problemi di erosione, devo essere in grado di individuarli.
Se esistono criticità legate alla gestione dell’acqua, devo sapere come potrebbero influenzare la realizzazione del percorso.
Se il trail avrà bisogno di una manutenzione particolare, devo tenerne conto.
Sono tutti elementi che contribuiscono a dare credibilità a chi presenta il progetto.
Dopotutto, un’amministrazione o un investitore deve poter avere fiducia nelle persone alle quali affida un intervento.
E quella fiducia non si costruisce soltanto mostrando fotografie di belle curve o di salti spettacolari.
Si costruisce dimostrando esperienza, competenza e capacità di affrontare le difficoltà.
Il vero lavoro del trail builder comincia prima della prima pala
Se dovessi riassumere il mio approccio, direi che un progetto deve poggiare su alcuni elementi fondamentali: la conoscenza del territorio e delle persone che lo frequentano, la compatibilità tecnica e ambientale del percorso, la capacità di offrire un’esperienza riconoscibile, la sostenibilità economica e la credibilità di chi propone di realizzarlo.
Sono aspetti collegati tra loro.
Un trail tecnicamente bellissimo ma impossibile da autorizzare rimane un’idea.
Un percorso autorizzato ma progettato senza considerare l’erosione rischia di diventare un problema.
Un investimento importante su un trail che nessuno è interessato a utilizzare difficilmente può essere considerato un successo.
E un sentiero costruito senza pensare a chi dovrà occuparsene negli anni successivi rischia di perdere rapidamente il proprio valore.
Per questo credo che il trail building debba essere considerato una professione a tutti gli effetti, con competenze che vanno ben oltre la capacità manuale di lavorare il terreno.
La costruzione rimane una parte essenziale del mestiere. È il momento in cui le idee diventano qualcosa di concreto, in cui si lavora con la montagna e si dà forma a un’esperienza.
Ma prima di arrivare lì c’è tutto il resto.
Ci sono sopralluoghi, valutazioni, scelte tecniche, confronti con le comunità locali, interlocutori da coinvolgere, risorse da individuare e responsabilità da assumersi.
Un trail builder professionista non è soltanto quello che sa costruire una bella linea. È quello che sa spiegare perché quella linea dovrebbe esistere, dimostrare che può essere realizzata e progettare perché continui a funzionare nel tempo.
È da qui, secondo me, che bisogna partire quando si parla del futuro del trail building.



