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Loris Revelli: «Quelli di Coppa fanno un altro sport». Dentro la DH con il nuovo campione europeo

Loris Revelli, nuovo campione europeo di Downhill, racconta a 365mountainbike la gara che gli ha consegnato la maglia continentale e ci porta dentro il mondo della DH professionistica. Dalle differenze di guida tra Elite e amatori all’evoluzione dei tracciati di Coppa del Mondo, passando per allenamento, velocità, telemetria, lavoro dei team e giovani talenti italiani. Una conversazione che mostra cosa c’è realmente dietro una run di pochi minuti e perché la Downhill moderna è uno sport sempre più tecnico e professionale.


Dopo la vittoria all’Europeo abbiamo raggiunto Loris Revelli per una lunga chiacchierata. Siamo partiti dalla gara, ma come spesso accade il cronometro è diventato soltanto il punto di partenza per parlare di molto altro: di come guidano gli Elite, di quanto sono cambiate le piste, di allenamento, telemetria, giovani e della situazione della Downhill italiana. Perché una foto, un video o un podio sono soltanto la punta dell’iceberg di anni di lavoro e dedizione.

La maglia di campione europeo è arrivata dopo anni trascorsi ai massimi livelli della Downhill e dopo un podio continentale già conquistato a Sestola 10 ann fa, dove Loris aveva chiuso terzo. Questa volta, però, è salito sul gradino più alto.

La maglia è bella. È una grande soddisfazione, anche pensando a tutta la mia carriera. All’Europeo ero già arrivato terzo a Sestola, ma vincerlo è un’altra cosa

«A piedi la pista sembrava un casino»

L’Europeo di Loris comincia qualche giorno prima della gara, con il track walk. Il primo impatto è quello di un tracciato molto tecnico, difficile da leggere, che cambia però completamente una volta saliti in bici.

Siamo arrivati mercoledì e giovedì abbiamo fatto la pista a piedi. Vista così sembrava un casino. Era veramente tosta, molto tecnica, un po’ come la Val di Sole di qualche anno fa: lenta, con tante radici e pietre. «Poi sono salito in bici e invece mi sembrava abbastanza scorrevole. Mi sentivo bene. Pesenti e Casadei erano in pista e mi avevano detto che stavo girando forte. Quando da fuori ti dicono una cosa del genere ti dà motivazione. Mi sono gasato.»

Le sensazioni sono quindi buone, ma con il passare delle ore la pista comincia a trasformarsi.

Il sabato era già diventata un casino. Giravano anche gli amatori e il percorso si era rovinato in punti diversi rispetto a quelli in cui normalmente si rovina quando girano gli Elite.

Durante la qualifica Loris cade e decide di non terminare la run. Non è soltanto una conseguenza della caduta: c’è anche una scelta in vista della finale.

«A quel punto ho preferito non finire la qualifica. Il giorno dopo sarei partito davanti e, sinceramente, preferivo quello piuttosto che trovarmi in mezzo alle partenze e nella mischia.»

La domenica la situazione peggiora ancora.

«La pista era diventata veramente difficile. Durante le prove è stato quasi un patimento, perché non riuscivo ad avere buone sensazioni. Facevo fatica a girare come volevo.» «Poi, dopo essere arrivato al traguardo, più parlavo con gli altri e più vedevo che erano tutti nella stessa situazione. E allora mi rincuoravo: capivo che non ero soltanto io ad avere quelle sensazioni.»

Elite e amatori non rovinano una pista nello stesso modo

Da quello che è successo durante l’Europeo nasce uno dei temi più interessanti della chiacchierata. Non si tratta semplicemente di dire che un Elite va più forte di un amatore: cambia proprio il modo di interpretare il terreno e, di conseguenza, cambiano i punti nei quali la pista viene scavata.

«Quando girano gli Elite spesso non si creano i brake bump dentro le curve, perché noi freniamo prima. Arriviamo in curva e lì magari i freni non li tocchiamo più. La curva può sfondarsi, può crearsi un canale, però non vengono fuori quelle gobbette provocate dalle frenate.»

Lo stesso principio vale davanti a radici, pietre e altri ostacoli.

«Magari noi arriviamo davanti a una radice senza frenare, la olliamo e andiamo via. Se invece passi frenando, e lo fanno tante persone, prima della radice si forma una buca. A quel punto per noi cambia tutto, perché non riesci più ad affrontare il passaggio in maniera lineare come facevi prima.»

«Non è che uno faccia giusto e l’altro sbagliato. È proprio un modo diverso di guidare. Cambiano le velocità, cambiano i punti di frenata e quindi cambia anche il modo in cui si rovina la pista.»

Un fenomeno che Loris aveva già osservato su uno dei tracciati più conosciuti della Downhill mondiale: Fort William.

«A Fort William si sono rovinate curve che in Coppa non avevano mai dato problemi»

Fort William è una pista che gli Elite conoscono quasi centimetro per centimetro. Proprio per questo è interessante osservare cosa succede quando sullo stesso terreno girano rider con caratteristiche molto differenti.

«A Fort William quest’anno hanno girato Elite e amatori e la pista si è rovinata in maniera completamente diversa rispetto a come eravamo abituati a vederla negli anni di Coppa del Mondo.»

«Mi ricordo soprattutto alcune delle prime curve. Negli anni di Coppa lì non c’erano mai stati particolari problemi. Questa volta invece si erano rovinate in un modo strano, proprio perché venivano interpretate diversamente.»

Da qui quella frase che nel mondo delle gare viene spesso utilizzata scherzando: quelli di Coppa fanno un altro sport. Loris, però, le dà un significato molto concreto.

«È davvero così. In Coppa la pista si buca tantissimo, ma si buca in posti abbastanza precisi: in ingresso, in alcuni punti particolari, dove tutti fanno più o meno determinate cose. Quando girano anche gli amatori, che magari trascinano maggiormente i freni o frenano in punti diversi, vengono fuori buche completamente differenti.»

« Toriano alla run dell’europeo. Ho fatto lo sprint fortissimo. Poi ho corso al buio»

Dopo un weekend complicato arriva la finale. Partendo per primo, Loris ha davanti una pista libera. Le sensazioni tornano a essere buone e decide di partire subito forte. Molto forte.

«In gara sono partito per primo e mi sentivo bene. All’inizio c’era quello sprint in salita e l’ho fatto veramente forte.»

Forse troppo.

«L’ho pagato. Da lì praticamente ho corso al buio, perché ero completamente in debito d’ossigeno. E con l’altitudine la cosa si sentiva ancora di più.»

Negli ultimi trenta secondi rimane poco spazio per ragionare.

«Alla fine ero veramente cotto. Gli ultimi trenta secondi praticamente sono andato a bandiera: mi sono fatto portare dalla bici.»

«Però sembra che sia bastato.»

Ed è bastato davvero.

Campione europeo.

«Dieci anni fa con sette secondi potevi essere vicino alla top 10. Oggi…»

Dalla gara passiamo all’evoluzione della Downhill. Negli ultimi dieci anni i tracciati sono cambiati profondamente e, secondo Loris, insieme alle piste è cambiato anche il modo di correre.

«Le piste di oggi sono molto più veloci. Magari hai venti o trenta secondi di sezioni veramente tecniche e poi per il resto c’è tanta velocità.»

Questo ha avuto un effetto immediato anche sulle classifiche.

«Dieci anni fa potevi prendere sette secondi ed essere magari vicino alla top 10. Adesso se prendi sette secondi è meglio che non corri nemmeno.»

La battuta rende bene l’idea di quanto si siano compressi i distacchi.

Ma c’è un altro aspetto: in passato le sezioni molto tecniche lasciavano più spazio all’interpretazione personale.

«Prima avevi magari una sezione tecnica lunga e potevi trovare diverse linee. Potevi decidere di tenerti un po’ in un punto e rischiare di più in un altro. C’era più interpretazione.»

«Adesso invece molto spesso c’è la linea più veloce e devi fare quella. Devi essere al limite per tutta la pista.»

L’Europeo, da questo punto di vista, è stato quasi un’eccezione.

«Questo weekend c’erano diverse possibilità di linea e questa cosa mi è piaciuta. In Coppa invece spesso ci sono meno scelte: devi fare quella linea ed essere veloce.»

Fuori dalla finale per pochi centesimi

Una Downhill così veloce significa inevitabilmente distacchi minimi. Essere dentro o fuori da una finale può dipendere da una frazione di secondo.

«A me la velocità piace, quindi da quel punto di vista è bello. La parte difficile è abituarsi al fatto che per qualche centesimo puoi essere fuori dalla finale.»

La pressione però, con gli anni, è diventata qualcosa che Loris sente di saper gestire.

«Dal punto di vista mentale per me non cambia tantissimo. Sono abituato a dare il cento per cento e continuo a dare il cento per cento.»

Anche il nuovo formato di gara ha però le sue dinamiche.

«Adesso hai due possibilità per qualificarti, ma non significa che sia più facile. Quando arrivi alla Q2 sai che quella è l’ultima possibilità e si va fortissimo. La pressione è alta.»

«Faccio mediamente nove allenamenti alla settimana»

Se la Downhill è cambiata in pista, fuori dal nastro la trasformazione è stata forse ancora più evidente. Oggi essere un Elite significa allenarsi come un atleta professionista a tutti gli effetti.

«Anni fa magari facevi un po’ di palestra, uscivi in MTB, giravi con la bici da Downhill ed era sufficiente. Adesso non è più così.»

La settimana tipo di Revelli rende bene l’idea.

«Mediamente faccio nove allenamenti alla settimana. Ho tre giorni nei quali faccio doppia sessione.»

E non c’è soltanto la DH.

«Secondo me è importante fare un po’ tutto. La palestra è fondamentale per riuscire a gestire le velocità che abbiamo oggi, poi faccio BMX, bici da strada e ovviamente bici.»

Un ruolo importante nella preparazione di Loris lo ha anche la moto.

«La moto mi piace tantissimo. Nell’off-season faccio anche qualche gara regionale di Enduro e durante l’inverno cerco di fare parecchio cross.» «Secondo me serve tantissimo per allenare la velocità. Quando durante l’inverno faccio tanto cross e poi torno sulla bici da Downhill, ho quasi la sensazione di andare piano.»

Telemetria? «Preferisco prima provare senza»

La tecnologia è ormai parte integrante della Downhill moderna, ma per Loris deve rimanere uno strumento e non diventare un fine.

«Durante un weekend non abbiamo così tanto tempo per provare. Anche quando fai tanti giri magari alla fine sono sei discese. Devi sfruttarle bene.»

Per questo la telemetria non entra necessariamente in gioco fin dall’inizio.

«Io preferisco prima provare senza telemetria. Voglio capire la pista e sentire cosa succede sulla bici. Poi, se c’è un problema in un passaggio o qualcosa che non riusciamo a capire, allora mettiamo la telemetria e andiamo a vedere.»

«Oggi ogni team ha due o tre persone in pista»

La professionalizzazione della Downhill non riguarda soltanto chi sta sulla bici. Intorno al rider lavora ormai una struttura che raccoglie informazioni per tutto il weekend.

«Ogni team ormai ha due o tre persone in pista. Guardano cosa succede, ti segnalano se un passaggio cambia, filmano le run.»

Il lavoro continua anche quando le prove sono finite.

«La sera guardiamo i video, confrontiamo i passaggi e cerchiamo di capire dove si può migliorare. Sono tutte cose che ormai fanno parte del lavoro.»

Downhill italiana: «bisogna lavorare di più sulla sostanza»

Black crew, uno dei team più strutturati del circuiti italiano

Quando il discorso arriva alla situazione italiana, Loris non gira troppo intorno al problema.

«La situazione secondo me è tosta. Ci sono pochi team che hanno un approccio veramente professionale.

Tra le realtà che vede lavorare nella direzione giusta indica il progetto nel quale è coinvolto direttamente, RedWill-Cimone supportato da Santa Cruz Italia, e Black Crew.

«Nel nostro team ci sono tanti ragazzini e penso che i risultati di questo Europeo abbiano fatto vedere che il lavoro che stiamo facendo funziona.»

Poi c’è Black Crew, che secondo Revelli sta portando avanti un lavoro particolarmente interessante con i giovani.

«Loro stanno facendo veramente un bel lavoro. Hanno sempre almeno due allenatori in pista, filmano le discese e poi la sera riguardano insieme ai ragazzi i vari passaggi per capire cosa possono migliorare.»

«È così che fai crescere veramente un ragazzo. Non basta portarlo alla gara.»

I giovani: «C’è chi vuole imparare tutto e chi pensa di essere già arrivato»

Parlando di vivai e nuove generazioni, inevitabilmente arriviamo a un altro argomento: che rapporto hanno i ragazzi più giovani con lo sport? Sono attratti dal lavoro necessario per diventare atleti o soprattutto dalla parte più visibile e “instagrammabile” della MTB?

Per Loris non esiste una risposta unica.

«Ci sono ragazzi veramente interessati, che hanno voglia di imparare e cercano di prendere tutto quello che possono da chi ha più esperienza.»

«Poi c’è anche qualcuno che magari pensa di essere già arrivato. Ma è sempre stato così.»

Alla fine, secondo Revelli, sarà il tempo a fare selezione.

«Secondo me alla lunga viene premiato chi si dedica veramente, chi ci mette anima e corpo e soprattutto chi cerca di ascoltare e assimilare quello che può imparare dalle persone che hanno più esperienza.»

Tra i nomi della nuova generazione c’è anche Michele Rinaldi, campione italiano Allievi, uno dei ragazzi da osservare nei prossimi anni.

Quello che non si vede in una foto

Siamo partiti da una maglia. Quella di campione europeo. Ma alla fine della chiacchierata il risultato della domenica sembra quasi soltanto il pretesto per raccontare tutto quello che gli sta intorno.

Nove allenamenti alla settimana, palestra, BMX, strada, moto, DH. Le persone a bordo pista, le run filmate, la telemetria quando serve, le linee analizzate la sera. E poi anni di gare, errori, cadute e tentativi.

Alla fine lasciamo ancora una volta la parola a Loris.

«Da fuori magari si vede soltanto la gara. Ma oggi per andare forte devi curare tutto. Il livello è talmente alto che non puoi lasciare indietro niente.»

Ed è probabilmente questo il punto da cui vogliamo ripartire anche noi.

La chiacchierata con Loris ci ha lasciato diversi temi che meritano un approfondimento tutto loro: come legge una linea un Elite? Come si utilizza davvero la telemetria? Come ci si allena alla velocità? Cosa vede un pilota di Coppa del Mondo in un passaggio che a un amatore sfugge?

Ne parleremo ancora con lui.

Perché se c’è una cosa che emerge chiaramente ascoltando un atleta che corre a questi livelli è che uno dei luoghi comuni più duri a morire sulla Downhill ha ben poco a che vedere con la realtà.

Per andare forte in DH non basta essere matti.

Serve sapere esattamente cosa si sta facendo.

E farlo molto, molto velocemente.



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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