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Superenduro: non è solo un ritorno. È una rinascita

Il Superenduro riparte nel 2026 e riaccende il dibattito sul futuro dell’enduro italiano. Non solo calendario e regolamenti, ma una riflessione su ciò che questo circuito ha rappresentato: una rivoluzione nel modo di vivere la gara, capace di mettere al centro esperienza, community e partecipazione.

L’articolo analizza cosa è stato il Superenduro e quale dovrebbe essere la sua direzione per tornare a essere un motore di passione e crescita per tutto il movimento.


Ci sono nomi che non sono semplicemente un marchio o un circuito. Sono un pezzo di vita.
Il Superenduro è uno di quelli.

La sua ripartenza nel 2026 non è soltanto una notizia sportiva. È qualcosa che tocca corde più profonde. Perché, al di là di regolamenti, categorie e classifiche, c’è un punto da cui non possiamo prescindere: molti di noi dovrebbero avere un profondo senso di gratitudine verso questo format.

Per tanti rider, per tanti organizzatori, per tanti professionisti del settore… senza il Superenduro una parte importante del percorso, sia sportivo che professionale, semplicemente non esisterebbe.

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Cos’è stato davvero il Superenduro

Il Superenduro è stato una rivoluzione.
Non solo sportiva. Culturale.

Ha cambiato il modo di vivere la gara.
Non più competizioni anonime, ma un format capace di far sentire ogni partecipante protagonista. Non contava solo il risultato: contavano le persone, le storie, l’appartenenza. Tutti si sentivano parte di qualcosa.

Il simbolo di tutto questo? Il palco.

C’è un prima e un dopo il Superenduro.

Prima, il palco era poco più che una scenografia: uno spazio funzionale, utile a premiare i vincitori e chiudere la giornata.
Con l’arrivo del Superenduro è diventato il centro dell’esperienza.

Ogni appassionato che saliva su quel palco non era più uno tra tanti: diventava un rider con un nome, un volto, una storia da raccontare. In quel momento si ribaltava la prospettiva: non solo i più forti avevano visibilità, ma ogni biker diventava protagonista.

In questo senso, il Superenduro ha anticipato i social network: ha messo al centro l’identità, il riconoscimento e il senso di appartenenza, quando ancora non erano dinamiche così evidenti nel mondo dello sport.

Ed è lì che ha fatto la differenza.

Poi c’era l’esplorazione.

Molti arrivavano dalla downhill, fatta di manche brevi, intense, sempre sugli stessi tracciati. L’enduro ha introdotto una nuova dimensione: weekend interi in MTB, trail diversi, meno estremi ma più vari, tante ore in sella. L’anima gravity restava, ma si allargava a qualcosa di più libero, più avventuroso.

E soprattutto c’era il vero valore: il weekend di riding.

Venerdì si girava sui trail.
Sabato ancora bici o relax con gli amici.
Domenica gara.

Per giorni si poteva pedalare su percorsi puliti, segnati, sicuri. Per alcuni elite questo era un limite. Per gli amatori era la svolta.

Quando si è iniziato a irrigidire troppo le regole per inseguire la performance pura, qualcosa si è incrinato.
Perché l’enduro nasce come piacere di guidare, non solo come cronometro.


Un movimento vive sulla base, non solo sull’élite

Gli elite si allenano tutta la settimana. Possono girare ovunque.
La maggior parte dei biker invece usa le gare per scoprire nuovi posti, provare trail curati, vivere un’esperienza diversa.

Se togli questa opportunità:

– smettono di iscriversi
– i numeri calano
– le gare diventano economicamente fragili
– il mercato rallenta
– le località perdono indotto

E quando il sistema si spegne… si spegne anche per gli elite.

Non possiamo copiare modelli francesi o svizzeri solo perché fanno numeri o vincono. Ogni modello deve adattarsi alla cultura dei partecipanti.

A noi italiani piace sentirci un po’ pro.
Avere la bici perfetta.
Curare il setting.
Provare i trail.
Competere anche solo per soddisfazione personale.

E non c’è nulla di sbagliato.

I campioni emergono comunque. Non è un regolamento più duro a creare un professionista. È il talento, la dedizione, il volume di praticanti.

La Coppa del Mondo è per pochi.
Il movimento deve essere per molti.


Il 2026: un anno zero per costruire il futuro

Guala e Monchiero, non hanno ancora svelato tutte le loro carte. Sono consapevoli che il mondo della MTB è cambiato profondamente rispetto agli esordi. Si sono detti pronti a sperimentare.

Il 2026 sarà un anno “zero”.
Un laboratorio per costruire un format capace di rappresentare l’enduro moderno senza perdere la sua anima.

Ed è qui che la memoria diventa fondamentale.

Perché non si tratta di tornare indietro per nostalgia.
Si tratta di ricordare cosa ha funzionato davvero.


Un calendario che profuma di storia

La nuova stagione partirà il 25-26 aprile da Pogno, una località che ha scritto pagine fondamentali dell’enduro nazionale, per anni appuntamento fisso della grande famiglia del Superenduro.

Il 9-10 maggio si andrà a Castino, nel Cuneese, tappa che avrà anche valenza internazionale ospitando una prova del Campionato Europeo e-MTB.

Il 7-8 giugno si tornerà in Val Susa, a Sauze d’Oulx. Una località simbolo, capace negli anni di ospitare eventi memorabili come il Trofeo delle Nazioni e una delle prime due giorni con parco chiuso a Sestriere e oltre un’ora di prove speciali. In quell’occasione saranno anche in palio punti per il ranking UCI.

Gran finale l’11-12 settembre in Liguria, terra da sempre protagonista della disciplina, con chiusura a Santo Stefano d’Aveto, nell’entroterra ligure.

Un calendario che parla chiaro: identità, territori, storia.

E allora, mentre il calendario prende forma e il 2026 si avvicina, la domanda non è solo come sarà il nuovo Superenduro.

La domanda è cosa vogliamo che faccia provare alle persone che si metteranno al cancelletto di partenza.

Perché alla fine, prima dei regolamenti, prima dei ranking, prima delle polemiche, c’è sempre stata una scintilla.

Il mio auspicio?
Che il Superenduro torni ad accendere il fuoco negli occhi di chi pedala, prima ancora che a misurare i distacchi sul cronometro.

Se riuscirà a fare questo, allora non sarà solo un ritorno.
Sarà davvero una rinascita. 🔥



Scritto da

[email protected] Redattore ed esperto di viaggi in mountain bike. Chiropratico e personal trainer, da anni al seguito di alcuni dei più forti interpreti nazionali dell'enduro mtb.

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