Siamo arrivati alla fine di questo 2025. Un anno segnato, ancora una volta, dalla crisi dell’industria della MTB e da una rivoluzione del settore race che, almeno per ora, non ha prodotto i frutti sperati.
Guardando al 2026, la domanda è inevitabile: cosa vorremmo davvero trovare nel nuovo anno?
La risposta, per quanto scomoda, è semplice e diretta: un abbassamento globalizzato dei listini, sia delle biciclette sia dei componenti.
Non è più un segreto che la crisi dell’industria delle “ruote grasse” abbia due cause principali.
La prima è strategica, con magazzini pieni e sovrapproduzione.
La seconda è di mercato, con prezzi che hanno superato la soglia di sostenibilità per una larga fetta di praticanti.
Non si tratta di un problema solo italiano: è un sistema diffuso, globale, che rischia di minare alle radici l’intero settore.
La bicicletta – su strada, su sterrato, in MTB e, perché no, anche elettrica – è sempre stata uno sport relativamente costoso, ma accessibile. Un mondo che ha sempre vissuto sui numeri: agonisti, amatori, appassionati, giovani alle prime esperienze.
Soprattutto la MTB ha avuto storicamente un forte appeal verso le nuove generazioni, garantendo ricambio, crescita e continuità.
Oggi questo meccanismo si è inceppato. Il rischio, nel medio periodo, è uno svuotamento del bacino dei praticanti, che non può essere valutato solo contando i passaggi nei bike park. La maggior parte dei biker, infatti, pedala quotidianamente sui sentieri intorno a casa.
Ed è qui che emerge un altro problema, spesso sottovalutato: la manutenzione dei trail.
I sentieri vengono puliti, mantenuti e resi fruibili quasi sempre da chi la MTB la vive davvero. Se diminuiscono i praticanti, chi si prenderà cura dei sentieri? Chi garantirà la sopravvivenza di quel patrimonio che rende questo sport possibile?
Per questo, guardando al 2026, mi piacerebbe vedere qualche fondo di investimento in meno come socio delle aziende MTB e qualche ciclista in più nei ruoli decisionali. Professionisti preparati, capaci di leggere i numeri, ma anche di comprendere il settore dall’interno, perché lo vivono.
Solo così si potrà tornare a dare una visione di settore, e non solo una logica di consumo, al nostro ambiente.

