Da settimane il settore bike è attraversato da un dibattito sempre più acceso sulla crisi dell’industria. Da qualche giorno, però, si parla anche di un’altra crisi, forse meno evidente ma potenzialmente ancora più pericolosa: quella del mondo agonistico, in particolare delle granfondo e, più in generale, del sistema competitivo.
Squadre che chiudono, atleti senza contratto, eventi che riducono numeri o spariscono dal calendario. Il quadro è complesso e preoccupante, e riguarda da vicino tutto il nostro ecosistema.
Guardando al medio periodo, emergono due fattori critici, tra loro profondamente legati.
Il primo è quello dei prezzi fuori controllo, che stanno allontanando gli appassionati. Il secondo è il ridimensionamento progressivo del settore agonistico, sia amatoriale sia professionistico.
Prezzi e ricambio generazionale: un muro per i giovani
L’aumento dei costi ha un impatto devastante soprattutto sulle nuove generazioni.
Un quarantenne che è sempre andato in bici, in qualche modo continuerà a farlo: ridurrà gli acquisti, allungherà i cicli di utilizzo, ma resterà dentro il sistema.
Un ragazzo di vent’anni che si sta affacciando ora al mondo della mountain bike, invece, si trova davanti un muro fatto di migliaia di euro necessari anche solo per iniziare.
Il risultato è semplice: anche se avesse voglia di fare fatica, di allenarsi, di crescere come biker, probabilmente sceglierà altro.
Il rischio reale è quello di trovarci tra dieci anni senza una vera base di appassionati, quella che tiene in vita il settore: chi pedala, segue i media, partecipa agli eventi, cambia componenti, acquista abbigliamento e alimenta l’intero sistema.
Il vero allarme: il ridimensionamento dell’agonismo “top”
Se nel mondo amatoriale le cause della crisi sono abbastanza evidenti — invecchiamento della base, costi elevati, trasferte impegnative, meno giovani — il vero campanello d’allarme è la contrazione del settore agonistico di vertice.
Qui entra in gioco una domanda tanto semplice quanto scomoda:
se oggi il rapporto di vendita tra e-bike e muscolare è circa 9 a 1 a favore dell’assistito, perché un’azienda dovrebbe continuare a investire su un settore che non traina il mercato?
Il problema nasce nel momento in cui l’e-bike non riesce a costruire una propria identità agonistica forte e riconoscibile. Senza una dimensione “race” chiara, l’assistito resta un prodotto commerciale, ma perde valore come generatore di cultura, aspirazione e appartenenza.
Perché la base race è fondamentale
Ogni sport — anche quelli più anticonformisti come skate, freeride o surf — ha eventi, competizioni, atleti di riferimento. È lì che nasce la community.
La community è lo zoccolo duro:
- vive di passione
- si informa
- segue gli eventi
- si identifica negli atleti
- fa da catalizzatore per nuovi praticanti
Senza una comunità strutturata, qualsiasi movimento è destinato a spegnersi lentamente.
Ed è per questo che la vera preoccupazione, oggi, è il calo di eventi e di interesse verso il settore MTB agonistico. Potrebbe essere il segnale di qualcosa di già visto in passato. Qualcuno si ricorda la BMX?
Misano come campanello d’allarme
Questa sensazione l’ho avuta chiaramente a Misano.
Girando tra gli stand, osservando componenti super tecnologici, caschi iper traspiranti, selle termoformate, mi sono fatto una domanda semplice: a chi serviranno questi prodotti se il mercato vende quasi solo e-bike?
Sull’assistito non servono l’ultraleggerezza estrema o la tecnologia esasperata. Basta guardare come pedala la maggior parte degli e-biker.
Ma soprattutto: se non si costruisce una comunità che aspetta la Coppa del Mondo, che guarda la bici del pro per cercare di replicarla, che discute, commenta e sogna… a chi verranno venduti questi prodotti?
Forse la crisi dell’agonismo non è un effetto collaterale della crisi dell’industria.
Forse è la sua causa più pericolosa.