I primi giorni dell’anno sono sempre un territorio sospeso.
Da una parte c’è il bisogno di riavvolgere il filo dei mesi passati, fare bilanci, capire cosa è stato.
Dall’altra, quasi senza accorgercene, iniziamo già a svolgere la traccia che diventerà il fil rouge del nuovo anno.
Il 2026, per me, inizia così: con un’esplorazione.
Grazie alla possibilità di testare la nuova HaiBike AllMtn CF 11, ho colto l’occasione per inaugurare la stagione dell’andare “un po’ più in là”, seguendo tracce nuove, senza sapere esattamente dove mi avrebbero portato.
È proprio questo il bello.
L’elettrica, in questo senso, per me ha un valore doppio:
mi permette di affrontare salite che con una muscolare resterebbero fuori portata, e soprattutto libera la curiosità. Sapere che, in caso di situazione critica, il motore può aiutarmi a rientrare, mi consente di osare di più, di ascoltare l’istinto senza il freno della paura.
Il freddo di questi giorni è quello vero, quello che ti ricorda cosa significa pedalare in montagna d’inverno.
L’aria pungente che ti colpisce il volto come aghi sottili.
Il terreno congelato.
I tratti di neve nelle zone esposte a nord, dove il sole non riesce nemmeno a fare capolino.
E poi il silenzio.

La natura dorme, avvolta in un quieto letargo, così come molti degli animali che la abitano. In questo periodo sono poche le persone che si spingono in media montagna fuori dalle tracce conosciute: il freddo, le poche ore di luce e l’incognita del risultato consigliano prudenza.
Le vere avventure, quelle lunghe e strutturate, le lascerò a qualche uscita più organizzata nei prossimi giorni.
Oggi ho scelto un’esplorazione “intelligente”.
Ho seguito alcune tracce che sembrano nate per tutt’altro scopo: probabilmente vie utilizzate dai boscaioli per il trasporto della legna, che costeggiano la zona dell’Alpe Camasca, sul versante più impervio e freddo, quello che guarda verso la Valle Strona.
Nei prossimi giorni completerò il giro e vi racconterò in modo più dettagliato se – e come – si potrà costruire un nuovo giro epico sulla sponda ovest del Lago d’Orta.
Quella che, secondo chi ha fatto della spiritualità una scelta di vita, sprigiona good vibrations.
Le stesse vibrazioni che, uscita dopo uscita, noi biker cerchiamo senza nemmeno rendercene conto.

Per ora mi fermo qui, con le mani intorpidite dal freddo e la testa piena di idee.
La traccia non è ancora completa, ma il disegno inizia a farsi chiaro.
Nei prossimi giorni tornerò su queste montagne per chiudere il cerchio e capire se da queste esplorazioni può nascere qualcosa di più: un itinerario vero, un’avventura da condividere, un nuovo modo di leggere e vivere questo versante del Lago d’Orta.
Perché, a volte, i giri più belli non nascono da una mappa,
ma dal coraggio di imboccare una strada senza nome.

